Month: October 2012

Malmström frena sulla data retention

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La normativa europea sulla data retention verrà aggiornata, ma senza fretta.

AGGIORNAMENTO 11 DICEMBRE 2014: come è noto, la direttiva data retention è stata annullata nel aprile 2014, dando luogo a reazioni sparse tra i vari Stati membri dell’Unione Europea. La revisione della direttiva privacy 95/46 è ancora in mezzo al guado. nel frattempo, in data 11 dicembre 2014 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza (sentenza nella causa C-212/13 František Ryneš / Úřad pro ochranu osobních údajůche) pone dei limiti all’utilizzo della video-sorveglianza in luoghi pubblici, ponendo così problemi ai detentori di telecamere che sono del tutto equiparati a responsabili del trattamento (per tutte le immagini riprese sulla pubblica via).

Il Commissario europeo per gli Home Affairs, la svedese Cecilia Malmström, ha annunciato ieri, durante un’audizione formale presso il Parlamento Europeo, che la revisione della direttiva 2006/24/EC sulla data retention si farà, ma con calma. La ragione di questo ritardo sarebbe dovuta in gran parte al contemporaneo processo di revisione della Direttiva Data Protection (Direttiva 95/46/EC), il cui esame presso il Parlamento Europeo è iniziato da pochi mesi. Data retention e data protection sono infatti materie strettamente interconnesse: mentre la prima regola le modalità ed i limiti, anche temporali, attraverso i quali gli operatori di telecomunicazioni devono conservare i dati di traffico dei propri utenti (assieme ad altri dati di natura personale), la seconda concerne la protezione tout-court dei dati personali. L’interdipendenza reciproca è quindi evidente: le scelte fatte in tema di data protection, in particolare il bilanciamento di interessi tra i diritti individuali e quelli di carattere economico o generale, sono destinate ad influire sulla disciplina della data retention, dove occorre decidere fino a che punto gli individui dovrebbero tollerare che i loro dati personali vengano conservati presso i servers degli ISP per fini di giustizia (in genere, per permettere investigazioni dell’autorità giudiziaria).

Il commissario Malmström non ha indicato un timetable preciso, tuttavia tutto lascia pensare che non si inizierà prima del 2014 (visti i tempi di revisione della direttiva data protection, che si preannunciano lunghi, incerti e combattuti).

Il settore degli ISP e delle telcos gioisce a metà. La disciplina della data retention è normalmente mal supportata dall’industria perchè comporta spese, responsabilità e complessità da parte degli operatori, che devono predisporre sistemi informatici considerevoli per venire incontro alle istanze delle autorità di pubblica sicurezza. Per di più, l’efficacia di tale strumento è stata spesso contestata, quanto meno nella sua ampiezza (dati statistici indicano che l’utilità dei dati conservati, per fini di giustizia, diventa praticamente nulla dopo 3 mesi: purtuttavia molti Stati europei insistono nel richiedere la conservazione fino a 24 mesi). Infine, vi sono i cittadini, che possono rivalersi verso gli ISP qualora i loro dati personali siano  oggetto di accessi indesiderati o illeciti, il che è fonte di responsabilità e conflittualità.

Qualcuno sperava che la Commissione potesse annunciare una scelta radicale, quella cioè di abolire tout-court la direttiva data retention, ma così non è stato. Tuttavia, i tempi lunghi della revisione comportano che eventuali inasprimenti della nuova normativa tarderanno ad arrivare, e saranno comunque oggetto di lunghe battaglie. Si allontana, però, anche la possibilità di un rimborso per gli investimenti sostenuti per predisporre le necessarie apparecchiature informatiche. Il Commissario Malmström aveva lasciato intravedere aperture su questo tema che sta molto a cuore agli ISP, ma ora se ne riparlerà alle calende greche.

Per completezza di informazione, la direttiva 2006/24/EC in Italia è stata recepita con il Decreto Legislativo 2008/109, che ha modificato il codice della privacy, in particolare l’articolo 132. In altri paesi la trasposizione è stata particolarmente travagliata. Belgio e Germania non l’hanno trasposta per niente, in Germania perchè la Corte costituzionale di Karlsruhe l’ha ritenuta contraria alla Costituzione tedesca. Il che non ha impedito alla Commissione Europea di portare proprio la Germania di fronte alla Corte europea di giustizia per mancata trasposizione della direttiva. In Irlanda un giudice locale ha contestato la legittimità della direttiva e ne ha richiesto l’esame alla Corte europea di giustizia. In Repubblica Ceca, come in Germania, la Corte Costituzionale ha dichiarato la direttiva illegittima. Azioni contro la direttiva sono state lanciate anche in Slovacchia.

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Per finire, un po’ di musica di Inno.

L’Internet a blocchi alternati

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Mentre l’Unione Europea conferma che bloccare i sitiweb è inefficace e dannoso, qualcuno persevera nell’errore (questa volta l’Irlanda). L’Italia resta un caso disperato.

Un documento pubblicato oggi dalla Commissione Europea conferma quanto già dicevamo da tempo, e cioè che è sbagliato obbligare gli ISP a bloccare i siti web, al fine di reprimere attività illecite online, perchè questo tipo di misure interdittive sono intrinsecamente inefficaci ed in più creano numerosi danni collaterali.

Questo riconoscimento ufficiale è contenuto in uno Staff Working Document sul Gambling Online elaborato dalla Commissione Europea, a valle di una consultazione condotta nel 2011. A pag. 61 del documento si legge appunto che:

However, blocking access to websites does not work as an isolated enforcement tool and can be easily circumvented. Moreover, depending on the technology used, website blocking can impact on legitimate businesses. The efficiency of the blocking method furthermore depends on the validity of the list of blocked websites. Keeping the list up-to-date requires significant resources while internet addresses can be changed instantly. Lastly, ISPs are faced with the implementation of the provisions for blocking access to websites, not only implying costs and tying-up of resources but also creating potential liability issues.”

Quanto sopra assume particolare rilievo per l’Italia, dove il blocco di siti web è espressamente previsto, per via legislativa, nei settori del gambling e della pedofilia/pedopornografia online (legge 6 febbraio 2006, n. 38, c.d. Legge Prestigiacomo, implementata attraverso il decreto Gentiloni del 2007). Capiamoci bene: attività illecite e crimini nel web vanno combattuti, ma questa lotta andrebbe condotta attraverso misure efficaci e proporzionate, ed il blocco dei siti web non è purtroppo tra queste. Anche considerando l’esempio più delicato, quello cioè della pedopornografia, è noto come i criminali continuino ad accedere e a scambiare files illeciti in barba a qualsiasi blocco, poichè esistono tecnologie adatte a questo scopo. Per altro, non si tratta di tecnologie di per sè illecite, perchè possono essere le stesse tecniche utilizzate dai dissidenti o dai cittadini normali  nei paesi dittatoriali per “saltare” la censura di Stato.

Nel caso delle pedopornografia online, il blocco dei siti web è percepito positivamente perchè contribuisce a ridurre l’allarme sociale attorno a questo fenomeno, in quanto la gente comune, che può incappare per sbaglio in questi tipi di contenuti, con il blocco non li trova più. Per questo molti pensano che sia una iniziativa utile. Ma i contenuti pedopornografici continuano ad esistere ed ad alimentare il criminale commercio ed utilizzo, solo che non vengono più accidentalmente cliccati dai cittadini che vi capitavano per sbaglio. In altre parole, il blocco dei siti funziona efficacemente solo verso le persone che vogliono evitare certi contenuti, mentre è inefficace verso coloro che li cercano. Sotto questo punto di vista, potremmo paragonare un blocco di sito web ad una ringhiera: può servire a proteggere da una caduta accidentale coloro che camminano normalmente, ma è inefficace per coloro che vogliono buttarsi a tutti i costi al di là del parapetto.

L’unico modo efficace per combattere la presenza di contenuti illeciti in Internet consiste nell’eliminarli alla fonte, rimuovendoli dai server dove sono ospitati. Qualora tali servers si trovano al di fuori della giurisidzione dello Stato che agisce, occorre migliorare la cooperazione giudiziaria internazionale. La localizzazione di tali server in isolette sperdute è un mito, normalmente queste apparecchiature si trovano in Europa e Stati Uniti.

Sarebbe utile che quanto sopra fosse compreso anche da quella magistratura italiana che dispone frequentemente e con grande facilità decreti di blocco di sitiweb per i motivi più disparati (caso unico in Europa): diffamazione, apologia di terrorismo, pirateria, pubblicità ingannevole, contraffazione di marchio ecc ecc . Uno dei casi più eclatanti è stato il recente caso Moncler, dove si è sfiorato il parossismo: il giudice in questione ordinò il blocco di circa 500 sitiweb che contenevano la parola Moncler, senza che fosse verificato che i siti servivano effettivamente a svolgere attività illecite. Per intendersi, fu bloccato anche il sitoweb dei fans di Moncler. Il decreto fu successivamente annullato, ma è comunque impressionate il semplice automatismo con cui il giudice aveva concesso la misura interdittiva.

Intanto, proprio mentre scrivo, leggo che un giudice irlandese ha imposto il blocco del sito web The Pirate Bay in Irlanda, per ragioni di protezione del copyright. Casi analoghi, per la verità si sono verificati anche in Olanda, Svezia e Italia. Segno che la lezione è difficile da apprendere.

Per saperne di più su pro & contra dei blocchi di siti web, vale la pena consultare la brochure di EDRI.

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AGGIORNAMENTO 2 novembre 2012: per lottare contro i contenuti pedopornografici in Rete, anche la Russia si è dotata di una legge sul blocco dei siti web simile a quella italiana. Restano ovviamente tutte le perplessità del caso circa l’efficacia di una tale misura. In più, aggiungerei che nel caso russo il meccanismo sembra studiato per permettere alle autorità di pubblica sicurezza di ordinare il blocco di un sito su semplice denuncia di un cittadino e senza contraddittorio giudiziale. Il che permetterebbe abusi di tipo politico e antidemocratico.

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E finiamo con un po’ di buona musica …..

Kroes condanna espressamente la proposta ETNO

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Neelie Kroes, il commissario europeo di DG Connect responsabile per la Digital Agenda, ha espressamente preso posizione contro la proposta ETNO relativa ai trattati ITRs. La presa di posizione è contenuta nella risposta resa il 22 ottobre 2012 in relazione ad una interrogazione parlamentare di un deputato europeo dei verdi.

Il deputato europeo, Judit Sargentini, prendendo spunto da una precedente risposta della Commissione, chiedeva se il commissario Kroes fosse d’accordo con le dichiarazioni del ministro e vice-premier olandese Verhagen, il quale in un intervento del 6 luglio scorso aveva difeso la legge olandese sulla net neutrality (osteggiata dagli incumbent europei) e condannato espressamente le proposte di ETNO di modificare i trattati ITRs in relazione all’interconnessione Internet. Il vice-premier olandese annunciava così di impegnarsi in sede europea per rigettare la proposta ETNO (e così è stato: il CEPT ha infatti affossato la proposta ETNO la settimana scorsa ad Istanbul).

Nella risposta (riportata qui di seguito nella sua integralità) al deputato europeo, il Commissario Kroes ha dichiarato di condividere con il vice-premier Verhagen la stessa valutazione negativa nei confronti della proposta ETNO, precisando che “the Commission believes that the ITRs are not the appropriate forum for setting compensation and tariff systems“.

Il Commissario Kroes ha poi ricordato il draft di decisione della Commissione Europea sulla posizione da tenere alla conferenza di Dubai, il cui obiettivo è quello di non estendere l’ambito di applicazione dei trattati ITRs, in particolare per quanto riguarda il settore Internet. Si tratta, appunto, di una posizione diametralmente opposta alla proposta di ETNO: gli incumbents europei vorrebbero infatti modificare i trattati ITRs introducendo dei principi rilevanti per il settore Internet. Il Commissario Kroes invece ha qui precisato che Internet deve restare esente dalla regolamentazione ITR e dalle competenze dell’ITU (benchè l’adozione di specifiche norme europee non possa essere esclusa: è appena terminata una consultazione in tema di Net Neutrality e la Commissione dovrebbe emanare una raccomandazione).

Inoltre, è significativo come il Commissario Kroes rimarchi come già oggi ISP e content provider possono stringere accordi commerciali “to ensure that technical properties of specific content or applications are controlled from end-to-end“. E’ questo un modo sofisticato ed elegante per dire che la proposta di ETNO non ha senso, perchè quest’ultima richiede una regolamentazione per ottenere effetti che il mercato già garantisce (in verità, gli obiettivi ufficiosi della proposta ETNO sono altri, ma questa è un’altra storia).

In buona sostanza, America, paesi Europei ed Unione Europea sono esplicitamente contrari ai contenuti dellla proposta ETNO, la quale al momento appare supportata solo da paesi africani e arabi, dove prevalgono regimi illiberali e ostili alla concezione di Internet come una rete aperta e libera. Sorprende il fatto che ETNO e Telecom Italia non si rendano conto che un tale tipo di supporto può solo appannare la loro proposta. Proprio il 22 ottobre il presidente di Telecom Italia Bernabè ha inviato una lettera alla Stampa reiterando la propria posizione ed apparentemente ignorando tutti questi sviluppi. Il sottoscritto aveva replicato a tale lettera con una posizione a nome di Euroispa, l’associazione europea degli ISP, nonché criticando i ragionamenti di Telecom Italia nel proprio blog.

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EN

E-007989/2012

Answer given by Ms Kroes

on behalf of the Commission

(22.10.2012)

Managed services provide access to applications and content with a certain quality of service level. An internet service provider (ISP) may conclude commercial agreements with content providers to ensure that technical properties of specific content or applications are controlled from end-to-end. Certain applications require a specific quality of service (QoS) level, including television (IPTV), video on demand or some business services, such as virtual private networks (VPN). However, not all services referred to in the question require controlled quality.

Electronic communications operators should be able to market managed services. However, in order to protect the Internet’s capacity to innovate, the provision of such services should not be to the detriment of the quality of the “best effort” Internet. Moreover, the Commission is committed to maintain the Internet as an open platform to innovate for all providers, including small and emerging providers. In this respect, the Commission’s position resonates with the position expressed by the Government of the Netherlands on ETNO’s proposal. Generally, the Commission believes that the ITRs are not the appropriate forum for setting compensation and tariff systems.

The Commission’s proposal (COM/2012/0430 final – 2012/0207 (NLE))[1] seeks to ensure that there is no extension of scope in relation to the existing International Telecommunications Regulations (ITRs), in particular in relation to matters related to the Internet. The absence of any specific ITR provisions does not prevent the EU to take regulatory or legislative actions in this area.

Le sragioni di Bernabè

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Replica impertinente alla lettera di Bernabè sulla riforma di Internet in sede ITU.

Sulla Stampa di qualche giorno fa Franco Bernabè ci ha spiegato i gravi problemi di Telecom Italia e le ragioni per cui occorra risolverli sconvolgendo Internet in tutto il mondo. Sulla governance della Rete gli ho replicato sulla stessa Stampa, scrivendo a nome di Euroispa, l’associazione europea degli ISP. Mi ripromettevo però di replicare anche in relazione ai gravi problemi di Telecom Italia, ed eccomi qua. Riporto di seguito i ragionamenti di Bernabè con i miei commenti.

Riteniamo, infatti, che sia necessario garantire livelli di qualità predefinita e più elevati, tali da rendere possibile lo sviluppo di applicazioni, come quelle nell’ambito della telemedicina, che necessitano di corsie di accesso privilegiate rispetto a quelle esistenti

Non si capisce perchè per fornire della qualità garantita sia necessario regolamentare Internet come suggerisce Telecom. Tali livelli di QoS sono già disponibili, a livello sia tecnologico che di mercato, senza regolamentare alcunchè. Per la telemedicina ed altri applicazioni particolarmente sofisticate, si possono usare delle VPN, una tecnologia che esiste da 20 anni o forse più (ma forse all’ITU non lo sanno).

Ma l’industria delle telecomunicazioni, in Europa, si trova oggi ad affrontare uno scenario in cui i ricavi sono in discesa, anche in ragione dell’applicazione di un modello regolatorio che ha portato a prezzi sempre più bassi per servizi sempre migliori.

Magari! Al contrario di quello che dice Bernabè, i prezzi wholesale crescono (si guardi l’ULL in Italia) e il commissario Kroes ha garantito che non scenderanno mai. Scendono invece i prezzi retail, che non sono regolamentati e sono in concorrenza. Ma allora ecco il vero problema: la concorrenza! Se poi si vanno a guardare i bilanci di Telecom Italia (ma anche  delle altre telco storiche) si scopre che il cash flow è stabile e positivo da anni, margini ed EBITDA vanno meglio che in qualsiasi altro settore, ed i ricchi dividendi non mancano mai. Esiste un forte indebitamente, è vero, ma è la conseguenza di spericolate operazioni finanziarie, non di investimenti in reti.

Pertanto, la capacità d’investimento in nuove reti è messa a rischio.

Ritorna il mito degli investimenti in infrastrutture degli incumbents. In verità, le telco storiche non hanno nemmeno investito per le reti telefoniche vere e proprie, che sono state pagate dai contribuenti e poi regalate con le privatizzazioni. Le reti mobili sono state finanziate con la terminazione mobile, quindi attraverso un sussidio regolamentato che ha visto utenti e reti fisse mettere mano al portafoglio. Per le reti 3G e LTE, invece, non mi risulta che nessuno sia mai stato obbligato a comprarsi le frequenze.

Inoltre, l’aumento esponenziale del traffico dati sulle Reti, generato dagli operatori Over The Top ed in particolare dalle pochissime imprese americane che godono di un quasi monopolio nei loro rispettivi settori, va ad esclusivo vantaggio di queste ultime e, mentre genera la necessità di investimenti per supportare la crescita dei dati, non permette agli operatori di Rete di poter generare nuovi flussi di ricavi.

Altro mito: è vero che il traffico cresce (da anni, ma adesso meno di prima), ma questo trend fa crescere anche i ricavi delle telco. Altrimenti, che cosa venderebbe Telecom Italia, che clienti avrebbe se non ci fossero Youtube, Facebook, Apple ecc? Probabilmente Telecom venderebbe ancora voce e fax in modalità analogica (e non dimentichiamo il DECT!), assieme a melanconici telefoni color grigio-topo.

Per quanto riguarda il monopolio degli OTT, è vero che sono dominanti, ma è il mercato più competitivo che ci sia, con operatori nati negli ultimi 10 anni ed altri tramontati in lassi di tempo comparabili (pensiamo a Yahoo, Excite, Myspace ecc).  Niente impedisce alle telco storiche di entrare in questo mercato, ma se ne guardano bene: Skype era europeo, ma nessuna telco europea si è mossa per impedirne l’acquisto da parte degli americani, mentre  Telecom Italia ha venduto il portale Virgilio agli egiziani.…..

Gli operatori di telecomunicazioni sono pronti ai cambiamenti necessari per rendere Internet ed i servizi che attraverso la rete vengono veicolati ancora più diffusi e fruibili ……

Oibò! Ma siamo proprio sicuri che le telco storiche siano poi in grado di suggerire in che modo cambiare Internet? Hanno vissuto 40 anni sedute sulle reti telefoniche pensando che servissero solo a fare telefonate e spedire fax, finchè qualcun altro ha aperto loro gli occhi. Non hanno inventato alcuna killer application o servizio Internet di rilievo. Il più grande contribuito dato ad Internet è stata la bolla del 2000, quando le telco si sono lanciate in operazioni spericolate di cui portano ancora i segni (indebitamento).  Adesso, hanno tirato fuori dal cappello a cilindro l’idea di applicare il meccanismo della terminazione telefonica ad Internet, come se i pacchetti IP viaggiassero in analogico …. mah!

….. ed intendono introdurli con la necessaria cooperazione degli attori Over the Top, in un quadro di mutua collaborazione.

Meraviglioso intento! Ma ancora non capiamo le ragioni per cui tanta cooperazione debba essere regolata in sede ITU. Oppure sono le prove generali di un cartello? Ad ogni modo, niente impedisce ad una grande telco accordi di collaborazione con chicchessia, ed anche di farsi pagare la qualità, se necessario. Come osservava un insospettabile CEO al summit di ETNO di ottobre “Let’s send an invoice to Google” (and shut up!).

In merito agli altri temi sollevati nella parte conclusiva della lettera dei ministri Terzi e Passera, ovvero la perseguibilità dei reati, la tassazione dei profitti e la proprietà intellettuale, condivido pienamente l’esigenza di definire un quadro di regole comune a livello internazionale. Aspetti e tematiche di fondamentale importanza quali la tutela del diritto alla riservatezza dell’individuo e la protezione dei dati personali, ovvero la sicurezza delle transazioni informatiche e l’inviolabilità delle informazioni custodite nella Rete, devono poter essere garantite tout court, senza vincoli legati ai limiti delle giurisdizioni nazionali.

Vero solo in parte: esistono già le regole europee, perchè scavalcare la competenza dell’Unione Europea e consegnare le chiavi all’ITU? Comincio a pensare che Bernabè sia mal consigliato.

La strada verso una Rete Internet che difenda la bandiera della libertà di espressione, ma che al tempo stesso risulti più performante, più flessibile, più sicura e più rispettosa delle diverse sensibilità nazionali in tema di privacy è appena incominciata.

Questo è un proclama del tipo “Vota Antonio! Vota Antonio!”. Ad ogni modo, è impressionante notare come nel capoverso precedente Bernabè avesse affermato che la privacy “deve essere garantita tout court, senza vincoli legati ai limiti delle giurisdizioni nazionali”, mentre appena un paragrafo più sotto si dice che la rete “deve essere più rispettosa delle diverse sensibilità nazionali in tema di privacy”. Orbene, delle due, l’una! Ma magari questo corto-circuito logico non è roba di Bernabè, qui c’è lo zampino di un ghost writer maldestro.

Si tratta di tematiche di fondamentale importanza alle quali è necessario dare delle risposte da parte della comunità internazionale, a cominciare dal summit di Dubai. Noi siamo convinti che l’Itu sia la giusta sede per discutere tali problematiche e questo è stato riconosciuto anche dal Cept (gruppo che rappresenta i Paesi europei).

Appunto, il CEPT ha detto che l’ITU non se ne deve occupare, ma se ne può sempre parlare (all’ora del thè). Comincio però a sospettare che nessuno in Telecom Italia se la sia sentita di raccontare a Bernabè cosa sia successo veramente alla riunione del CEPT a Istanbul, dove la proposta ETNO è stata affossata.

Ma non c’è dubbio che se non sarà l’Itu a stabilire i necessari princìpi di ulteriore libertà di accesso alla Rete occorrerà allora individuare un appropriato e condiviso consesso internazionale.

“Ulteriori libertà di accesso alla Rete”? Mi sono perso. Ma cosa siamo finiti qui?

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E finiamo con un po’ di buona musica …..

Anche l’Europa rigetta le proposte ETNO su Internet

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Secondo il CEPT, l’ITU non deve assumere competenze in materia di Internet, al massimo farci quattro chiacchiere. Chi vuole capire capisca!

Gli Stati europei membri del CEPT, l’organizzazione governativa Europea su poste e telecomunicazioni, hanno accantonato le proposte di ETNO sulle modifiche dei Trattati ITR che verranno discusse alla conferenza ITU a Dubai nel dicembre prossimo. In altre parole, la nota proposta degli incumbents europei (in primis Telecom Italia, ma anche Deutsche Telekom, Orange ecc) dopo essere stata rigettata dagli Stati Uniti, è stata messa da parte anche dall’Europa. Crolla quindi definitivamente la strategia di ETNO, che aveva “vestito” politicamente la sua posizione in vari modi: prima proposta delle telcos verso gli OTT (e non è vero: molte telcos importanti, tipo Verizon, BT ed AT&T, l’hanno rigettata); poi proposta “dell’industria europea” ICT (ma non è vero: ETNO si trova sola, le altre organizzazioni ICT, tipo Euroispa e Digital Europe, si sono dichiarate contro; altre, tipo GSMA ed ECTA, si sono ben guardate dal dare il loro appoggio); infine proposta dell’Europa vs gli Stati uniti (e non è vero: neanche l’Europa è d’accordo).

Tecnicamente, il  CEPT si era riunito questa settimana ad Istanbul per decidere quali emendamenti includere in una proposta comune europea da difendere alla conferenza di Dubai. Gli emendamenti ETNO non sono stati inclusi nella proposta europea. Si tratta di un vero e proprio rigetto, anche se formalmente non vi è una dichiarazione con cui il CEPT (o la UE) si dichiarano contro ETNO. Tuttavia, è come rifiutare a qualcuno un passaggio in macchina e lasciarlo a piedi, non è un bel segno…….

Gli emendamenti rigettati dal CEPT possono sempre essere portati avanti individualmente da un singolo Stato, oppure da un’altra area geografica. Tuttavia, anche se ciò avvenisse per gli emendamenti ETNO, lo smacco politico resta evidente: la proposta “dell’industria europea” viene ignorata dai suoi interlocutori naturali, Europa e Stati Uniti, sia nella forma che nella sostanza, per cui è dubbio che sopravviva. D’altra parte, proprio in questi giorni fonti ETNO hanno ammesso che si stava cercando un “compromesso”.

Non vi sono dichiarazioni o posizioni ufficiali del CEPT, che ancora sta lavorando sui documenti ufficiali del meeting. Sappiamo però che, per salvare la faccia ad ETNO e “all’industria europea” incappata in questo incidente, il CEPT ha acconsentito di verbalizzare un qualche riconoscimento per la proposta rigettata. Si tratta di un modo per indorare la pillola sulla stampa, per non imbarazzare troppe le grandi telcos sconfitte. Il CEPT dichiarerà che le discussioni sui temi sollevati da ETNO meritano di essere discusse ancora in sede ITU, ma allo stesso tempo ha deliberato che l’ITU non può avere alcun potere in materia. Chi vuole capire capisca!

Ignorati da America e Europa, alcuni aspetti della proposta ETNO saranno invece fatti propri dalla conferenza degli Stati africani. Sui significati di questa mossa, e sulle possibili conseguenze, tratterò nel prossimo post.

AGGIORNAMENTO NOVEMBRE 2012: un po’ di stampa ha riportato la notizia secondo cui le intenzioni del CEPS relativa alla proposta ETNO sarebbero ancora aperte. Non è così, i cronisti si informino meglio. Effettivamente, una dozzina di paesi (sui 20 presenti alla riunione di Istanbul) hanno espresso delle riserve per i motivi più vari, tuttavia nei confronti della proposta ETNO non cambia niente. Anzi, le riserve puntano ad escludere qualsiasi ulteriore discussione sulla proposta ETNO, mentre il verbale di Istanbul aveva lasciato aperta almeno la possibilità di continuare un dialogo sul punto, sebbene al di fuori dell’ITU. Numerosi paesi europei, tra cui Olanda, UK e nordici, non ne vogliono più sentir parlare e basta. Sicuramente deve aver influito la posizione del BEREC, che in uno statement del 14 novembre ha decisamente demolito la proposta ETNO.

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Il verbale CEPT relativo al rigetto della proposta ETNO recita come segue:

The DG discussed the proposal submitted by ETNO to the group. After a debate in which ETNO took part, a preliminary agreement was made. It was agreed that the endorsed position would be included both in the Brief and the in the report of the meeting. The agreed text is as follows:

“CEPT agrees that the concerns raised by the ETNO proposal are very relevant for the future of the sector and should be addressed. CEPT is of the opinion however that these cannot be solved through modification of the ITRs. CEPT does not support the inclusion of any provisions on these issues in the ITRs.  CEPT is committed to address and discuss them within the ITU and/or in other relevant fora”.

The Chairman thanked ETNO for contributing for the development of this position. The position will be sent to COM-ITU Plenary for approval. If the text is not supported by the Plenary, the alternative plan is to produce a factual statement:

“[For the moment,] CEPT does not agree with the inclusion of any provisions regarding IP interconnection in the ITRs”. 

The DG WCIT12 agreed on the positions expressed in the brief. Spain will send remarks on the proposal on International Roaming. Greece and France to produce remarks on the proposal regarding taxation.

Fine della regolamentazione, fine della concorrenza nell’Unione Europea?

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Potrebbe essere un ulteriore passo verso lo sgretolamento della concorrenza nelle telecomunicazioni in Europa, con ripercussioni pesanti anche per tutto il sistema Internet.

La notizia è solo apparentemente tecnica: come previsto dalla disciplina corrente, la Commissione Europea ha avviato la revisione – con apposita consultazione che scadrà l’8 gennaio 2013 – della lista dei mercati rilevanti, di cui alla Raccomandazione del 17 dicembre 2007. Che cosa vuol dire in pratica?

I mercati che si trovano in questa famosa lista sono i servizi che le autorità nazionali di regolamentazione (in Italia l’AGCOM) devono obbligatoriamente esaminare, ed eventualmente regolamentare per permettere agli operatori alternativi (in Italia: Fastweb, Wind, Mclink ecc) di avere accesso alla rete dell’operatore dominante. Com’è noto, la replicabilità di questa rete è limitata, per ragioni di costi industriali, in particolare l’ultimo miglio, che è una sorta di monopolio naturale. La stessa Telecom Italia la rete non se l’è mai costruita: l’ha ricevuta in dono dal generoso Stato italiano, cioè dai contribuenti, con la privatizzazione.

La lista dei mercati originariamente ne prevedeva 18 (nel 2003), poi scesi a 7 (nel 2007). Sono rimasti quelli fondamentali per l’accesso alla rete di Telecom Italia: ULL, bistream ecc, senza i quali non ci potrebbe essere offerta alternativa ad Alice, ad eccezione delle zone dove c’è la fibra di Fastweb (Milano e Roma, in parte).

Al di là della procedura in corso, che sarà tecnica, scrupolosa e trasparente, il timore che hanno in molti è rappresentato dal posizionamento attuale della Commissione Europea, che appare puntare solo ai grandi operatori storici, gli incumbents, per sviluppare il mercato delle telecomunicazioni del futuro. Com’è noto, il Commissario Kroes in luglio ha garantito loro ritorni ingenti e permanenti per le reti tradizionali in rame, ed in più occasioni si è espressa per la necessità di un consolidamento del mercato europeo. Ne abbiamo già parlato in questo stesso blog.

Pertanto, la previsione più catastrofista è quella secondo cui la Commissione Europea opererebbe una tale riduzione dei mercati regolabili così da arrivare ad una deregolamentazione di fatto, una sorta di ritorno al Big Bang (cioè al monopolio ante-liberalizzazione anni ’90). Si badi bene, le autorità nazionali avranno ancora il potere di regolamentare un mercato escluso dalla lista, ma sarà tecnicamente molto difficile e la Commissione potrà metterci il veto (ed infatti, solo in eventi rarissimi le autorità nazionali hanno sfidato la Commissione su questo punto, in genere venendo bastonate). Così venendo meno la regolamentazione d’accesso, scomparirebbero gli operatori alternativi, non solo quelli piccoli, anche anche i più grandi, perchè la regola del monopolio naturale della rete d’accesso vale per tutti.  Questo meteorite si abbatterebbe anche sul mondo Internet, visto che i pochissimi network operators sopravvissuti avrebbero poi gioco facile nel bloccare o pregiudicare i servizi Internet non graditi, dato che i consumatori non avrebbero grandi alternative nel cambiare ISP. Ti blocco Skype, tanto dove vai?

Perchè la Commissione vorrebbe fare questo? Perchè, dicono, in Europa ci sono troppi operatori telecoms, e per fare investimenti ci vogliono pochi operatori, e che siano grandi e grossi! Questa è la tesi, pura follia, portata avanti da ETNO, l’associazione degli operatori incumbents. I quali, però, obiettivamente, non hanno alcun obbligo di onestà intellettuale, ma solo quello di fare i propri interessi, e quindi possono dire quello che vogliono.

E’ invece inquietante che queste idee si siano annidate in seno alla Commissione Europea, da Barroso in giù. Sul perchè e percome, ne parlerò nel prossimo post.

Breaking news: il mio sito musicale è pronto!

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Un piccolo, e breve, intermezzo dalle telecoms! Come alcuni di voi già sanno, mi diletto anche di musica. Ora il mio sito musicale è pronto, lo trovate qui:

http://www.innocenzogenna.com

Potete ascoltare tutto gratis, inutile piratare!