Month: July 2012

Kroes interviene sui poteri ULL di AGCOM, ma restano gli spazi per soluzioni competitive

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Confermando le voci dei giorni scorsi, la Commissione Europea, su delibera del Commissario Kroes, ha deliberato l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia avente ad oggetto la norma, contenuta nel Decreto Semplificazioni, che liberalizza la fornitura dei servizi ancillari alle centrali telefoniche di Telecom Italia.

La procedura di infrazione si apre, ai sensi dell’art. 258 del Trattato UE, con una lettera in cui la Commissione contesta allo Stato membro destinatario della missiva delle potenziali inadempienze, e richiede delle spiegazioni. Lo Stato membro deve rispondere entro 2 mesi. Decorso tale termine, qualora le spiegazioni non siano considerate sufficienti o convincenti, la Commissione Europea può inviare una vera e propria messa in mora (il c.d. parere motivato), chiedendo allo Stato di uniformarsi alla propria posizione entro un termine fissato nella medesima. Se ciò non accade, la Commissione può adire la Corte di giustizia. Tutta la procedura è contraddistinta dal “può”: cioè, la Commissione non è mai obbligata a passare ad ogni passo successivo della procedura, a prescindere dal comportamento dello Stato membro, poiché la sua iniziativa è caratterizzata da una forte discrezionalità. In genere, durante tale lasso di tempo Commissione e governo interessato iniziano un carteggio mirante alla individuazione delle possibili soluzioni.

Nel caso in questione, è verosimile che una soluzione verrà trovata. Da un lato, la Commissione Europea intende salvaguardara l’indipendenza e  le prerogative del regolatore italiano, che sono garantite dalle direttive del Framework sulle comunicazioni elettroniche. Dall’altro, gli uffici di DG Connect hanno più volte riconosciuto che l’iniziativa italiana era volta a risolvere un reale problema di mercato, e cioè gli elevati prezzi che Telecom Italia riesce ad imporre ai concorrenti per la fornitura (in verità, la semplice intermediazione) di tali servizi. Infine, è evidente che il monopsonio legale (cioè il diritto speciale attribuito a Telecom Italia di selezionare i fornitori di servizi di cui usufruiscono i concorrenti) creato dalla normativa ULL rischia di urtare alcune libertà fondamentali dei Trattati UE.

Pertanto, non vi sarà un muro contro muro. E’ invece probabile che nei prossimi mesi si lavorerà per una soluzione che venga incontro alle preoccupazioni di Kroes circa l’indipendenza di AGCOM  ma salvaguardi il merito della questione. Il fatto che i membri di AGCOM siano stati appena rinnovati potrebbe appunto facilitare una soluzione.

Qui in appresso lo statement (datato 19 luglio) con cui la Commissione Europea spiega la decisione di aprire la procedura d’infrazione:

The Commission decided today to send a letter of formal notice to Italy on the regulation of telecom markets and on the margin of discretion of the regulatory authority (AGCOM). Italy has two months to submit its observations. 
 
Independence of national regulatory authorities is a fundamental principle of EU telecom rules. This means that regulators should not seek or take instructions from any other body in relation to market regulation.
 
At stake is an amendment to Italian law, aiming at ‘unbundling’ the provision of wholesale network access by Telecom Italia from the activation or maintenance of lines i.e. the so called ancillary services. The law in question would prescribe one particular solution and thus pre-empt the discretion of AGCOM. According to the European Commission AGCOM should be able to address any potential competition issue independently.
 
The Commission points out that the Regulatory Framework aims at ensuring that the national regulatory authorities have a broad discretion in order to be able to determine the need to regulate a market according to each situation on a case-by-case basis and that it is for them, and not the national legislatures, to balance the objectives referred to in Article 8 of the Framework Directive when defining and analysing a relevant market which may be susceptible to regulation.

L’Unione Europea, ovvero il Pianeta VDSL

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Il Commissario di DG Connect, l’olandese Kroes, ha oggi fatto un annuncio piuttosto importante: ha indicato le linee guida per la regolamentazione delle reti di comunicazione elettronica ad alta velocità fino al 2020, che verranno poi concretizzate in un set di documenti da adottarsi entro la fine dell’anno. Tali linee guida possono sintetizzarsi così: 1. rafforzare gli obblighi di non-discriminazione, per evitare che gli incumbents possano godere di indebiti vantaggi nei confronti degli operatori alternativi; 2. mantenere stabile il prezzo di accesso alla rete in rame (cioè la rete telefonica tradizionale, ereditata dalli grandi telcos durante le privatizzazioni, e attraverso la quale vengono forniti i normali servizi a banda larga in tecnologia DSL); 3. adottare flessibilità nella regolamentazione delle reti in fibra ottica (quelle cioè che sostituiranno la rete in rame).

Il punto sulla discriminazione era atteso ed è condivisibile ed era atteso, poichè i comportamenti abusivi e discriminatori delle grandi telcos costituiscono un problema fondamentale per la concorrenza nel settore, ed è un bene che la Commissione Europea lo abbia indicato come una priorità. Tuttavia, le esternazioni sul prezzo di accesso alla rete in rame  e sulla”flessibilità” della regolamentazione delle reti in fibra appaiono come dei clamorosi ripensamenti e non possono non suscitare polemiche. In particolare, il tema che sicuramente farà maggiormente discutere è quello del prezzo del rame: secondo il Commissario Kroes le “evidenze” (supportate dallo studio di Charles River Associates) portano a concludere che abbassare il prezzo del rame non incentivi gli investimenti in fibra. Si tratta di una valutazione gradita agli incumbent tradizionali e che invece creerà un forte sconcerto tra gli operatori altermativi, ma il punto è un altro. Se non bisogna abbassare il prezzo del rame per non frustrare i potenziali investimenti in fibra, qual è allora il prezzo ideale per incoraggiare tali investimenti?

Il Commissario Kroes sembra indicare il prezzo attuale medio europeo, che è di circa 9 Euro/mese (tariffa wholesale per l’ULL, cioè  il costo di accesso al doppino tradizionale). In altre parole, il messaggio del commissario agli incumbents è il seguente: da oggi e fino al 2020 il prezzo del rame sarà stabile, quindi ora potete (o dovete?) investire in fibra, che peraltro sarà anche parzialmente deregolamentata (salvo capire meglio cosa intenda la Kroes per “flessibilità”)! Basterà tutto questo per convincere gli incumbents ad aprire il portafoglio ed investire in fibra?

Con tutta onestà, le motivazioni ad investire in fibra sono complesse ed articolate, e non esiste una soluzione magica. Tuttavia, le evidenze di mercato ci dicono anche che l’attuale situazione di mercato, caratterizzata da elevati prezzi della rete in rame e sostanziale deregolamentazione delle reti in fibra ottica, non ha prodotto investimenti importanti. In tale contesto – potenzialmente ideale per la fibra secondo quanto suggerito alla Kroes dai propri consulenti – tale tecnologia non si è però  sviluppata massicciamente, nonostante esista da 20 anni (!!!).  La scarsezza degli investimenti in fibra trova fondamento nella perpetuazione delle reti in rame, costruite decenni fa con i soldi dei contribuenti (altro che investimenti privati!). Tali reti generano ingenti profitti per gli incumbents, che non hanno perciò alcun interesse a sostituirle con reti in fibra. Inoltre, tali reti in rame deprimono la potenziale domanda in fibra, perchè il mercato di massa è mediamente soddisfatto con i servizi ordinari in banda larga e non pagherebbe di più per la fibra (la modernizzazione del paese non è l’interesse primario dell’utente medio, che preferisce scaricare decentemente e basta).

In altre parole, chi controlla la rete in rame, controlla anche lo sviluppo della fibra. La possibilità per gli operatori alternativi di costruire reti alternative esiste, ed infatti fino ad ora sono stati questi operatori a stendere il 70% del FTTH esistente. Ma si tratta di iniziative focalizzate in aree a particolare densità, estremamente costose (perchè il costo maggiore è quello degli scavi, che invece gli incumbents non sostengono perchè possono utilizzare le canaline già esistenti delle reti in rame) e rischiose (perchè gli alternativi partono da basi clienti ridotte). In altre parole, la sensazione sgradevole è che gli incumbents, in quanti possessori delle reti in rame, possano ricattare politici, regolatori ed interi paesi quando si tratta di sviluppo della fibra ottica a livello nazionale e di massa. Essi possono dettare le condizioni, finchè gli introiti del rame permettono loro di fare il bello e cattivo tempo. Con lo scenario anticipato dal commissario Kroes, questa capacità di ricatto è destinato a perpetuarsi almeno per i prossimi 8 anni.

Quindi, se io fossi un incumbent, la notiziona della stabilizzazione del prezzo del rame non mi incoraggerebbe verso la fibra: con una rete in rame ultra-profittevole che non richiede ulteriori investimenti (almeno per i prossimi 8 anni), e che fornisce servizi concorrenti a quelli su fibra, non ha senso smantellare la rete vecchia per la nuova. Perciò resterei così come e dove sono. Mi lancerei piuttosto in investimenti selettivi in VDSL, laddove ciò sia necessario per combattere la concorrenza del cavo o di qualche operatore alternativo attivo con l’ULL (ad esempio nelle zone metropolitane). Per il resto, mi difenderei con le sceneggiate sui rischi di investimento, gli  OTT che mi rubano i clienti, la riforma dei trattati dell’ITU, ecc ecc, e tirerei a campare (da ricco, però!).

La nuova posizione della Commissione Europea rafforza la posizione finanziaria degli incumbents, e tranquillizza i loro azionisti, creditori e banchieri, che sembrano essere i veri destinatari dell’intervento mediatico del commissario. Forse qualcuno di loro, e anche qualche governo, era preoccupato per le voci di shopping di operatori extraeuropei, tipo Telmex in Olanda e Austria. I dati di borsa comunque parlano chiaro: in seguito all’annuncio della Kroes, i valori di borsa degli incumbents (e degli operatori-cavo) sono saliti sensibilmente, aiutando qualche posizione debitoria ed allontanando lo spettro di qualche acquisizione sgradita. Tuttavia, resta ancora poco chiaro come il nuovo sistema incentiverà investimenti in fibra: da un lato, gli incumbents rischiano di cannibalizzare gli introiti delle reti in rame, mentre per gli operatori alternativi la possibilità di replicare la rete dell’incumbents è solo teorica.
Se investimenti di massa in FTTH diventano più improbabili, gli incumbents potrebbero però ancora avere interesse ad investire selettivamente in VDSL, come spiegato in precedenza, perchè questa tecnologia richiede investimenti limitati e consente di controllare meglio il mercato e i concorrenti (come le prime offerte wholesale ADSL, per chi se le ricorda). L’Europa quindi si appresta a diventare  il Pianeta VDSL.

Qui il press release della Kroes: http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/12/554&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en

NB: Euractiv Italia si sta occupando del dibattito in questione. L’interessante articolo di Alessandra Flora si trova qui: http://www.euractiv.it/it/news/innovazione/5683-banda-larga-operatori-tlc-divisi-su-proposte-di-kroes.html

Bruxelles lancia la riforma della SIAE, a partire dalla musica digitale

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La Commissione Europea ha pubblicato oggi una proposta di direttiva per la riforma delle Collecting Societies, di quegli enti cioè che sono incaricati, per legge o per contratto, di amministrare l’esercizio e la remunerazione dei diritti d’autore (SIAE in Italia, PRS nel Regno Unito ecc; circa 250 in tutto). L’iniziativa, che riguarda in particolare lo sviluppo delle opere musicali nel mercato digitale, si inserisce nel quadro delle iniziative dell’Agenda Digitale Europea e della e-Strategy 2020.

La proposta introduce in primo luogo una serie di principi in materia di governance, trasparenza ed efficienza delle collecting societies. In particolare, vengono imposte regole di trasparenza e tempi certi per l’erogazione delle somme di remunerazione degli autori (una delle aree più fumose e misteriose del settore). Vengono inoltre emanate norme per facilitare la diffusione di licenze multiterritoriali.

Molti enti interessati dalla direttiva non gradiranno l’iniziativa, poichè in generale le collecting societies sono sempre state avulse da meccanismi di modernizzazione, ed in alcuni paesi sono diventati dei soggetti vischiosi e auto-referenziali (poche settimane fa il Corriere della Sera pubblicò un interessante articolo sulla SIAE). Tuttavia, tale modernizzazione è ora diventata necessaria, perchè l’emergere di un mercato digitale europeo, almeno al livello della domanda, rende imprescindibile una riforma del sistema. Altrimenti, le perduranti disfunzioni nel funzionamento delle varie SIAE europee  si concretizzerà in una limitata offerta di contenuti legali, presupposto ideale per il diffondersi della pirateria online.

Per quanto riguarda l’Italia, la proposta renderà più facile la disponibilità di musica italiana sulle piattaforme musicali digitali, ed inoltre renderà più conveniente per gli autori italiani la scelta di una collecting society diversa dalla SIAE. Nello stesso tempo, gli utenti italiani potranno usufruire di una maggiore offerte di contenuti musicali legali attraverso le piattaforme di loro scelta.

La proposta di direttiva non tocca il problema a monte, e cioè la frammentazione del mercato digitale causato dalle pratiche commerciali restrittive perpetrate dai detentori dei diritti (restrizioni territoriali, esclusive, windows release ecc). Tale problematica rientra nella competenza congiunta di vari commissari (Concorrenza, Connect, Mercato Interno) ed appare di difficile soluzione, salvo gli interventi di tanto della Corte Europea di Giustizia (come accaduto con la sentenza Premier League  (Cases C-403/08, Football Association Premier League Ltd, v QC Leisure and C-429/08, Karen Murphy v Media Protection Services Limited). In tale caso, infatti, la Corte di Giustizia ha stigmatizzato le frammentazioni territoriali imposte dalle televisioni commerciali aventi lo scopo di aumentare il costo dei servizi di pay-tv di paese in paese. Tali frammentazioni territoriali sono all’ordine del giorno nel mercato musicale online, dando luogo a situazioni assurde per cui è legale farsi spedire un CD musicale, ma non scaricarlo da Internet. Se il legislatore europeo non ci penserà, facendo un po’ d’ordine nella selva di certe pratiche commerciali, saranno prima o poi i giudici a tagliare l’erba con la falce.

Enisa: le banche devono presumere che i PC dei loro clienti sono infetti

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Interessante presa di posizione di Enisa, l’agenzia europea per la sicurezza delle reti. Con un press release pubblicato oggi, l’agenzia ha affermato che le misure di sicurezza delle banche, in relazione a conti e pagamenti online, dovrebbero tenere conto del fatto che i PC dei clienti sono o possono essere infetti. Solo sulla base di questa presunzione gli standard di sicurezza delle banche possono quindi considerarsi adeguati.

Questa presa di posizione segue l’analisi di un recente caso di frode telematica che ha avuto luogo in Olanda, denominata “High rollers” (in merito al quale è disponibile uno studo di McAfee e Guardinan Analtytics). Enisa ha inoltre raccomandato l’adozione di devices e strumenti ad hoc (inclusi gli smartphones) per assicurare la sicurezza dei conti online, e maggiore cooperazione transfrontaliera.

La notizia è quindi interessante per i consumatori, ma darà invece qualche grattacapo alle banche, che dovranno dimostrare di aver predisposto strumenti di sicurezza sempre più sofisticati al fine di evitare corresponsabilità nel caso di frodi telematiche.

Il press release di Enisa così come il report di McAfee si trovano al seguente link:

http://www.enisa.europa.eu/media/press-releases/eu-cyber-security-agency-enisa-201chigh-roller201d-online-bank-robberies-reveal-security-gaps

ACTA bocciato più sul metodo che sul merito

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Com’era prevedibile, ma vi è stata tensione fino all’ultimo, il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria, ha oggi rigettato il trattato ACTA (478 voti contro il trattato, 39 a favore, 165 astenuti). La decisione, ora definitiva, rispecchia le precedenti risoluzioni di varie comitati del Parlamento, che avevano appunto invitato l’assemblea a rifiutare la ratifica. Ora il Trattato ACTA non potrà vincolare nè l’Unione Europea nè gli Stati membri. La Corte di giustizia dell’Unione Europea, cui la Commissione Europea ha chiesto un parere, si pronuncerà comunque. Sarà perciò interessante leggere cosa scriveranno i giudici di Lussemburgo, al fine di meglio capire da dove ripartire.

Ciò detto, occorre chiedersi se il trattato ACTA meritasse una fine così miserabile. Direi di sì sul metodo, meno sul merito.

ACTA è nato male, perchè i negoziatori (lobbati dalle grandi industrie dell’entertainment) hanno pensato che fosse possible, a porte chiuse e senza adeguata trasparenza, riscrivere una serie di norme importanti non solo per il commercio ma anche per i diritti fondamentali della gente.  Le negoziazioni iniziarono nel 2007 nel più assoluto segreto di fronte all’opinione pubblica (la segretazione fu successivamente confermata dallo stesso Obama, ops!). Solo dal 2009, con una serie di leaks, il pubblico e le associazioni dei diritti civili cominciarono a capire cosa stesse succedendo:  per fare pochi esempi, venivano suggerite pene carcerarie per violazioni di copyright anche senza fini di lucro; si intendeva imporre, attraverso collaborazioni obbligate, un controllo forzato dell’industria del copyright sui fornitori di accesso Internet, con responsabilità penale in caso di rifiuto; si prevedevano intercettazioni delle comunicazioni elettroniche senza bisogno di alcun mandato giudiziale; e così via. In buona sostanza, la mission era quella di consegnare Internet ai voleri dell’industria tradizionale dell’entertainment.

La stessa Unione Europea al suo interno si era mossa con poca trasparenza: alcune direzione generali apparivano completamente all’oscuro di ciò che la Direzione Generale di De Gught stesse negoziando. Il Parlamento europeo era parimenti non informato. Gli stakeholders non sapevano neinte, tranne quelli che per diritto divino e cooptazione erano stati accolti nel santuario di ACTA. E sì che tutto questo accadeva proprio mentre l’Unione Europea avviava dibattito e consultazioni per affrontare il tema della pirateria online e dell’adeguamento della normative del copyright in Internet.

L’ultima versione del trattato ACTA, quella firmata a Tokio il 26 gennaio di quest’anno, era stata in gran parte depurata dei principali motivi di preoccupazione (pur rimanendo delle zone grigie), ma il peccato originale restava. Non si possono riscrivere le regole fondamentali dell’Unione Europea attraverso negoziazioni vischiose, misteriose ed esclusive. Più che ACTA, è stato quindi bocciato il “metodo ACTA”.

A chi servirà questa lezione? Pensiamo ad esempio all’attuale “dibattito” (per la verità molto misterioso) sull’Internet Governance in sede ITU. Vi possono solo partecipare gli Stati membri, mentre per tutti gli altri vi è una sorta di “gradimento” (immagino che qualcuno sarà gradito meno di altri). Nell’ambito di tale oscuro processo è stato presentato il famoso emendamento ETNO che vorrebbe applicare a Internet il sistema di tariffazione telefonica, riportandoci all’indietro all’epoca delle prime centrali telefoniche. Mi sembra molti Stati e stakeholders stiano per ripetere lo stesso errore di ACTA. Per fortuna, però, la Commissione Europea ha già preso le distanze, facendo capire che non delegherà all’esclusivo club di Ginevra la riscrittura delle regole dell’Internet.

La Corte di giustizia europea fa tremare il copyright tradizionale

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Oggi la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha pronunciato una sentenza che apre un varco interessante nel dibattito sulla difesa della proprietà intellettuale bella rete Internet. Con riferimento ad una disputa Oracle ed un soggetto tedesco che rivendeva i suoi software licenziati via Internet, i giudici europei hanno stabilito che tale rivendita è legittima, a condizione che il venditore (che aveva acquisito legalmente la licenza di software da Oracle) disinstalli il relativo programma dal suo computer, o comunque non lo usi più. La corte ha quindi stabilito una sorta di parallelismo tra vendita/licenza off-line (quella che avverrebbe attraverso al commercializzazione dei software tramite supporti informatici) e online (tramite download).

Il ragionamento della corte europea è basato sul concetto di esaurimento del diritto: il licenziante/venditore è adeguatamente remunerato con la prima vendita/licenza del prodotto, e quindi il suo diritto si esaurisce in questa fase, non può più utilizzarlo oltre. Esso non può pretendere di bloccare l’ulteriore circolazione del prodotto, altrimenti potrebbe ottenere una sovra-remunerazione illegittima.

Dal punto di vista pratico, ci si può chiedere cosa avverrà veramente: se ad esempio emergerà un mercato dell’usato in relazione a software e vidoegames online, e come verrà applicata la regola della rimozione del software dal computer dell’acquirente originario/venditore. Ad ogni modo, il fatto che la causa sia arrivata fino alla giurisdizione europea, ed il modo con cui Oracle abbia tenuto duro, dimostra che un mercato potenziale esiste.

Mi sembra molto più interessante però ragionare sulle future implicazioni di tale sentenza: il principio dell’esaurimento infatti potrebbe anche applicarsi nel campo del diritto d’autore, e precisamente in relazione ai contenuti online quali musica e video. Infatti, nell’era del vinile e delle cassette analogiche, era normale che la cessione del supporto implicasse l’esaurimento del diritto d’autore relativo. Nella rete Internet potrebbe applicarsi lo stesso concetto, salvo verificare se una determinata copia sia stata effettivamente rimossa. Ad ogni modo, la corte europea ha lasciato intendere che la circolazione di prodotti e servizi non può essere bloccata, una volta che il primo venditore ha ricevuto una remunerazione adeguata.

In altre parole, la sentenza in questione potrebbe consentire l’emergere di un mercato legale “second hand” per i contenuti digitali di maggior valore, in particolare i film. Potrebbero emergere dei veri e propri intermediari che faciliterebbero la rivendita di contenuti online usati, financo delle piattaforme finalizzate allo scambio di detti files tra utenti. E’ verosimile che la remunerazione di tali intermediari avverrebbe tramite pubblicità, come già accaduto per piattaforme simili (legali o meno). E’ ancora presto per capire se si tratterebbe di un business dirompente, ma sarebbe sicuramente innovativo e molti utenti, soprattutto gli adulti, sarebbero contenti di poter scambiare contenuti su Internet con la stessa normalità con cui ciò accadeva in passato in ambiente analogico (gli scambi di vinile). I detentori dei diritti e le major attaccherebbero sicuramente questo business model (come già successo con Kazaa ecc), ma dopo la sentenza odierna il risultato non è più scontato. Un caso del genere è già in corso negli Stati Uniti: http://www.wired.com/threatlevel/2012/02/pre-owned-music-lawsuit-2/

La sentenza in questione (Usedsoft GmbH contro Oracle, del 3 luglio 2012) si trova qui: http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=124564&pageIndex=0&doclang=EN&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=2580446

Oggi entrano in vigore le nuove tariffe di roaming

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Da oggi 1° luglio 2012 e per i prossimi 3 anni le tariffe di roaming subiranno una tendenziale diminuzione, per effetto dei nuovi tetti introdotti con il nuovo regolamento roaming discusso ed approvato durante il primo semestre del 2012. Le nuove tariffe si trovano qui: http://ec.europa.eu/information_society/activities/roaming/tariffs/index_en.htm

Teoricamente, gli operatori mobili potrebbero commercializzare tariffe ancora più basse, ma è improbabile che ciò avvenga, poichè il mercato continua ad essere ingessato da accordi bilaterali tra operatori che hanno l’interesse a tenere i prezzi elevati: per cui, senza i tetti regolamentati, i prezzi ricomincerebbero a salire. Per cercare di spezzare questo circolo vizioso il nuovo regolamento roaming prevede due misure tese ad introdurre concorrenza nel settore: innanzitutto il “decoupling”, cioè la possibilità per gli utenti di scegliere servizi roaming alternativi e concorrenti a quelli offerti dal proprio operatore d’origine; e poi l’entrata nel mercato degli “operatori mobili virtuali” (MVNO), cioè dei new entrants che dovrebbero creare un po’ di concorrenza. Tali misure strutturali (che definiamo così perchè hanno l’ambizione non di limitarsi a calmierare i prezzi in via temporanea, bensì ad innescare un circolo virtuoso ed a risolvere il problema del roaming in maniera permanente) dovrebbero colpire al cuore gli accordi bilaterali tra operatori mobili che sono all’origine degli elevati prezzi di roaming. Com’è noto, è normalmente l’operatore domestico che sceglie per il proprio cliente che va all’estero il provider di roaming, e negozia anche i prezzi. Ne risultano degli accordi reciproci, in cui ogni operatore domestico riconosce al proprio partner di roaming delle tariffe molto elevate, così che ognuno guadagna lautamente sui clienti dell’altro. Il decoupling potrebbe spezzare questo meccanismo perverso, perchè i clienti potrebbero ora svincolarsi dalle scelte fatte dal proprio operatore domestico ed acquistare servizi di roaming da un operatore che offra prezzi più vantaggiosi. Questo operatore alternativo potrebbe essere anche un MVNO, che avrebbe tutto l’interesse ad offrire tariffe vantaggiose per entrare stabilmente nel mercato e formarsi una propria base clienti.

Ci vorrà del tempo prima di capire se tali misure strutturali saranno capaci di produrre gli effetti sperati, perchè la loro operatività dipenderà da una serie di regole di implementazione che verranno stabilite da Berec e Commissione Europea nei prossimi mesi, e che necessiteranno di tempo per la loro effettiva attuazione. Staremo a vedere!