Internet governance

Anche il BEREC impallina la proposta ETNO di riforma di Internet

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Impressiona sia la netta posizione del Berec, sia il fatto che ETNO sia completamente sparita da questa vicenda

Il Berec, l’agenzia europea che riunisce i regolatori nazionali delle telecomunicazioni, ha pubblicato una posizione durissima nei confronti della proposta di ETNO e Telecom Italia di riformare Internet a livello ONU/ITU (WCIT-12). Secondo il Berec, la proposta di ETNO “è inappropriata e potrebbe influenzare negativamente lo sviluppo di Internet, portando pregiudizio a consumatori, content e application providers, rendere difficoltoso l’accesso ai contenuti, ed allargare il digital divide”. Inoltre, secondo il Berec la posizione di ETNO intende raggiungere obiettivi diversi da quelli dichiarati, in particolare al fine di sbilanciare i rapporti negoziali con altri operatori, così da permettere eventuali abusi. Il che renderebbe necessari maggiori controlli ed interventi regolatori. Il Berec non allunga ad ETNO neanche la tradizionale ciambella di salvataggio, del tipo “Non ne parliamo all’ITU, ma altrove sì“. La critica del regolatore europeo è totale e non lascia spazio ad ulteriori discussioni. Una posizione durissima per una istituzione, il Berec, normalmente molto cauta.

Il resto del documento Berec è dedicato a smontare, pezzo per pezzo, tutta la proposta ETNO, arrivando a concludere che, alla fine, gli incumbents stanno solo cercando di recuperare un po’ più di denaro da un ecosistema, la rete Internet, che non sono più in grado di controllare, e che neanche capiscono molto bene. Berec stigmatizza infatti come gli incumbents vogliano applicare i meccanismi dell’interconnessione telefonica al mondo Internet, senza rendersi conto che la tecnologia è cambiata e che questa trasposizione è impossibile, se non a costo di stravolgere la rete Internet (e farla ridiventare una rete telefonica).

Anche la presunta ricerca di maggiore qualità dei servizi (QoS) viene fortemente ridimensionata. L’idea di assicurare “end-to-end guaranteed QoS” nella rete Internet “is neither commercially nor technically realistic“, ed inoltre “Best efforts … does not imply low performance“. In ogni caso, Berec osserva giustamente come differenti standard qualitativi siano disponibili nel mercato per chi li voglia, ma non è detto che vengano richiesti (content provider o clienti finali), oppure potrebbero essere forniti con modalità alternative (tipo le CDN – Content Delivery Network). Ovviamente, tale maggiore qualità non è proibita da nessuno, quindi non si capisce perchè debba essere garantita o imposta per legge.

Anche per quanto riguarda il meccanismo della terminazione Internet, fortemente voluto da ETNO e Telecom Italia, il commento di Berec è lapidario: “ETNO’s proposed end-to-end SPNP approach to data transmission is totally antagonistic to the decentralised efficient routing approach to data transmission of the Internet. The connection-oriented nature of end-to-end SPNP, with its focus on charging based on the actual volumes or value of the traffic, would represent a dramatic change from the existing charging framework operating on the Internet”.

Suggerisco di leggere il documento, è chiaro e neanche troppo lungo. Resta da capire come mai ETNO e Telecom Italia si siano imbarcati in un simile disastro. Per la verità, ETNO dovrebbe aver proposto una sorta di compromesso nel corso delle riunioni del CEPS a Istanbul nello scorso ottobre, ma senza risultati. Il portale di ETNO non dà atto di tali tentativi né chiarisce se la proposta, originale o emendata, sia ancora in piedi, visto il fuoco di sbarramento americano ed europeo. Dopo l’incessante tam-tam mediatico dei mesi scorsi, in cui ETNO sosteneva che la sua proposta raccoglieva proseliti a destra e a manca, è subentrato un assordante silenzio.

AGGIORNAMENTO 16 novembre: anche l’ITUC, la International Trade Union Confederation, si è schierata contro la proposta ETNO, o almeno quello che ne rimane, ed è andata a dirlo di persona a Touré, direttore generale dell’ITU.

Perchè le idee di Telecom Italia su Internet piacciono tanto a sceicchi e cammellieri

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Rifiutata da Stati Uniti ed Europa, la proposta ETNO di riformare Internet trova ancora qualche adepto esotico. Ecco perchè.

Com’è noto, la proposta di ETNO e Telecom Italia di riformare Internet in sede ITU (la famosa negoziazione WCIT-12) è virtualmente morta.  Si tratta di una proposta tecnicamente sbagliata, come è stato fatto notare da molti esperti, ad esempio quelli  di AT&T (una telco normalmente in buoni rapporti con gli incumbenrs europei), dell’OECD, di Analysys Mason, di WIK, e la lista sarebbe ancora più lunga, ahimè. Ad ogni modo, al di là del giudizio tecnico sulla proposta ETNO, ciò che conta è l’imponente schieramento di detrattori che si è formato su entrambe le sponde dell’Atlantico:  e così, non è ragionevole pensare di riformare Internet a livello globale se Stati Uniti, Unione Europea (in particolare la Commissione ed il Parlamento, e da  ultimo il Berec) e paesi europei (riuniti nel CEPS) sono contrari. Sarebbe come riformare il campionato italiano con il solo appoggio della Nocerina.

E’ interessante però notare come le idee di ETNO e Telecom Italia in materia di Internet abbiano trovato orecchie attente in altre aree geografiche, segnatamente in Africa e Medio Oriente, almeno per quanto riguarda l’idea di far pagare agli OTT (i c.d. Over-The-Top, cioè Google, Facebook, Skype, ma soprattutto gli operatori che distribuiscono video e contenuti digitali via Internet  ecc.) l’accesso agli utenti Internet (c.d. terminazione Internet, o anche Sending Party Network Pays: SPNP”). Cerchiamo di capire il perchè.

Una tesi buonista attribuisce questo effetto ad una sorta di ansia dei governi arabo/africani nello sviluppare reti in fibra ottica nei rispettivi paesi: in sostanza, essi vorrebbero far pagare a Google & Co. il cablaggio di Timbuctù. Capperi! Se fosse stato così semplice, la stessa Kroes avrebbe colto al balzo una soluzione così facile per finanziare le fibre ottiche in Europa. Ma purtroppo le ragioni per questa strana alleanza ETNO-arabi-africani sono altre.

Tradizionalmente, i paesi africani e arabi hanno sempre guadagnato molto bene dalla terminazione delle telefonate internazionali dirette (quindi: “terminate”) nei loro rispettivi paesi. Tali telefonate internazionali erano normalmente carissime a causa appunto della tariffa di terminazione imposta dal governo locale su tutte le chiamate che arrivavano dall’estero. Ne risultava così una cifra d’affari importante per il paese di destinazione, denaro che poi veniva incamerato dall’incumbent locale (e magari spartito nell’elite di governo, chissà). Con il tempo, tuttavia, questa fonte di ricchezza è andata via via inaridendosi a causa di applicazioni VOIP, tipo Skype, Viber, Messagenet ecc., che permettevano alla gente di telefonare gratis via Internet, scartando le tradizionali telefonate. A Timbuctù, come a Dakar, ci si è allora posti il problema di come recuperare questa perdita.

A questo punto entra in gioco la proposta ETNO, cioè quella di far pagare la terminazione Internet: per compensare le perdite causate dall’innovazione tecnologica, ai paesi arabi e africani non è parso vero di poter replicare il meccanismo della terminazione telefonica anche alle applicazioni Internet. L’idea sarebbe questa: se il governo keniota non può più guadagnare dalle telefonate internazionali dirette in Kenia, ora guadagnerà tramite un balzello imposto agli operatori Internet che vogliono essere visibili (quindi accessibili) agli utenti che si connettano da un computer in Kenia. Quindi, per ogni keniota che acceda e riceva dati da Youtube, Google dovrebbe versare una monetina al governo di Nairobi (come il mitico “un fiorino!” di Trosi/Benigni). Oibò, qualche nerd africano avrà pure obiettato  che telefonia (analogica) e Internet (pacchetti IP) funzionano diversamente, quindi applicare la terminazione telefonica a Internet sembrerebbe una fesseria, ma sarà stato subito zittito: la proposta arriva “dall’industria europea”, possibile che certe teste d’uovo non sappiano come funziona Internet e si siano sbagliati?

Vi sono poi altre motivazioni: regolamentare la terminazione Internet vuol dire anche filtrare lo scambio di comunicazioni digitali di un paese con il resto del mondo. Il che può diventare interessante per quei paesi illiberali e antidemocratici, numerosissimi in Africa e Medio Oriente, che vedono l’Internet libero come la peste e desiderano invece mantenere sotto controllo i rispettivi sudditi. Avere una regolamentazione ITU che in qualche modo legittimi una sorte di filtraggio Internet sarebbe proprio un bel regalozzo. Ecco, a questi effetti gli apprendisti stregoni di ETNO non avevano sicuramente pensato.

E’ questo il motivo per cui qualche contenuto delle proposte ETNO potrebbe andare avanti nell’ambito di emendamenti arabi e africani. Ovviamente, la sorte di questi emendamenti è tutt’altro che scontata. In effetti, anche qualora il meccanismo in questione trovasse riconoscimento in sede ITU, i paesi occidentali ed industrializzati avrebbero la facoltà di esprimere una riserva, che renderebbe a loro inapplicabile tale meccanismo. Il sistema della terminazione Internet avrebbe pertanto validità solo e esclusivamente tra paesi arabi e africani, ed allora servirebbe a poco.

Nei rapporti tra paesi arabo/africani vs. resto del mondo, invece, la potenziale norma ITU non si applicherebbe, ed allora continuerebbe a vigere il principio di mercato, come da sempre: se, ad esempio, la Tanzania volesse far pagare a Google & Co. la sua visibilità sulle cime del Kilimangiaro, dovrebbe semplicemente mandare una fattura a Palo Alto. Se Google non paga, perchè si sente offesa o semplicemente perchè il fatturato online e advertising in Tanzania non giustificherebbe il conto, allora il governo africano  potrebbe “spegnere” Google (con un sistema di filtri e blocchi). Con tutte le conseguenze del caso però. Spegnere in Africa gli OTT occidentali vorrebbe dire condannare la popolazione locale ad una sorta di ostracismo digitale, con pesanti ricadute sociali ed economiche. Uno scenario di questo tipo è immaginabile solo in paesi un po’ più estremisti e dove l’interesse a controllare Internet per motivi politici è prevalente rispetto agli interessi economici. Per tali paesi, la proposta ETNO può apparire interessante per filtrare l’accesso alle fonti di informazione e di contenuti occidentali, e stiamo  parlando di Arabia Saudita, Siria, Iran……. E’ invece difficile ipotizzare questo scenario nei paesi più sensibili all’interscambio mondiale. Così, anche qualora Google & Co. rifiutassero di pagare la fattura, nessuno avrebbe il coraggio di spegnerli, perchè questa mossa sarebbe doppiamente dannosa per il paese che la attua.

Considerazioni analoghe valgono in altre parti del mondo, come il Sudamerica. Chi si sente in grado di negoziare, tipo il Brasile, presenterà il conto a Google&Co, e questi ultimi ci penseranno un po’ su. Gli altri paesi lasceranno perdere, perchè i danni derivanti dalla disconnessione da Internet sono immensamente superiori ai potenziali soldini della terminazione Internet. Bolivia e Venezuale potrebbero farlo per ragioni ideologiche, ma l’esempio vivente della disconnessa Cuba (nel senso della Rete) non è invitante per nessuno. Si può bandire la Coca-Cola, ma non Internet.

Stesso dicasi per l’Asia, un’area dove, per la verità, il grado di sviluppo tecnologico ed apertura economica fa sì che sia difficile prendere sul serio la proposta ETNO. Chi può farsi pagare la terminazione su base commerciale, tipo l’India, continuerà a farlo, senza toccare i trattati ITU. Chi vuole controllare i traffici dei sudditi, tipo Singapore o le repubbliche del Caucaso, pure. L’unico paese che potrebbe veramente fare la voce grossa in sede ITU, diciamo la Cina, difficilmente lo farà, perchè i cinesi sono pragmatici, e sanno che non avrebbe senso mettersi di traverso con Stati Uniti e Unione Europea per una questione del genere. La Cina ha un immenso mercato interno e sa già come negoziare con Google, non ha bisogno di aiutini in sede ITU.

In definitiva, nessuna riforma dell’Internet a livello globale è possibile senza un larghissimo consenso, e che comprenda soprattutto Stati Uniti, Unione Europea e paesi sviluppati. Non vi è posto per proposte disruptive e controverse, come quella di ETNO, che però possono sempre provocare dei danni collaterali. I danni in questione finiranno per pagarli, se vanno così le cose e loro malgrado, le popolazioni africane ed arabe che vivono in paesi illiberali.

Kroes condanna espressamente la proposta ETNO

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Neelie Kroes, il commissario europeo di DG Connect responsabile per la Digital Agenda, ha espressamente preso posizione contro la proposta ETNO relativa ai trattati ITRs. La presa di posizione è contenuta nella risposta resa il 22 ottobre 2012 in relazione ad una interrogazione parlamentare di un deputato europeo dei verdi.

Il deputato europeo, Judit Sargentini, prendendo spunto da una precedente risposta della Commissione, chiedeva se il commissario Kroes fosse d’accordo con le dichiarazioni del ministro e vice-premier olandese Verhagen, il quale in un intervento del 6 luglio scorso aveva difeso la legge olandese sulla net neutrality (osteggiata dagli incumbent europei) e condannato espressamente le proposte di ETNO di modificare i trattati ITRs in relazione all’interconnessione Internet. Il vice-premier olandese annunciava così di impegnarsi in sede europea per rigettare la proposta ETNO (e così è stato: il CEPT ha infatti affossato la proposta ETNO la settimana scorsa ad Istanbul).

Nella risposta (riportata qui di seguito nella sua integralità) al deputato europeo, il Commissario Kroes ha dichiarato di condividere con il vice-premier Verhagen la stessa valutazione negativa nei confronti della proposta ETNO, precisando che “the Commission believes that the ITRs are not the appropriate forum for setting compensation and tariff systems“.

Il Commissario Kroes ha poi ricordato il draft di decisione della Commissione Europea sulla posizione da tenere alla conferenza di Dubai, il cui obiettivo è quello di non estendere l’ambito di applicazione dei trattati ITRs, in particolare per quanto riguarda il settore Internet. Si tratta, appunto, di una posizione diametralmente opposta alla proposta di ETNO: gli incumbents europei vorrebbero infatti modificare i trattati ITRs introducendo dei principi rilevanti per il settore Internet. Il Commissario Kroes invece ha qui precisato che Internet deve restare esente dalla regolamentazione ITR e dalle competenze dell’ITU (benchè l’adozione di specifiche norme europee non possa essere esclusa: è appena terminata una consultazione in tema di Net Neutrality e la Commissione dovrebbe emanare una raccomandazione).

Inoltre, è significativo come il Commissario Kroes rimarchi come già oggi ISP e content provider possono stringere accordi commerciali “to ensure that technical properties of specific content or applications are controlled from end-to-end“. E’ questo un modo sofisticato ed elegante per dire che la proposta di ETNO non ha senso, perchè quest’ultima richiede una regolamentazione per ottenere effetti che il mercato già garantisce (in verità, gli obiettivi ufficiosi della proposta ETNO sono altri, ma questa è un’altra storia).

In buona sostanza, America, paesi Europei ed Unione Europea sono esplicitamente contrari ai contenuti dellla proposta ETNO, la quale al momento appare supportata solo da paesi africani e arabi, dove prevalgono regimi illiberali e ostili alla concezione di Internet come una rete aperta e libera. Sorprende il fatto che ETNO e Telecom Italia non si rendano conto che un tale tipo di supporto può solo appannare la loro proposta. Proprio il 22 ottobre il presidente di Telecom Italia Bernabè ha inviato una lettera alla Stampa reiterando la propria posizione ed apparentemente ignorando tutti questi sviluppi. Il sottoscritto aveva replicato a tale lettera con una posizione a nome di Euroispa, l’associazione europea degli ISP, nonché criticando i ragionamenti di Telecom Italia nel proprio blog.

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EN

E-007989/2012

Answer given by Ms Kroes

on behalf of the Commission

(22.10.2012)

Managed services provide access to applications and content with a certain quality of service level. An internet service provider (ISP) may conclude commercial agreements with content providers to ensure that technical properties of specific content or applications are controlled from end-to-end. Certain applications require a specific quality of service (QoS) level, including television (IPTV), video on demand or some business services, such as virtual private networks (VPN). However, not all services referred to in the question require controlled quality.

Electronic communications operators should be able to market managed services. However, in order to protect the Internet’s capacity to innovate, the provision of such services should not be to the detriment of the quality of the “best effort” Internet. Moreover, the Commission is committed to maintain the Internet as an open platform to innovate for all providers, including small and emerging providers. In this respect, the Commission’s position resonates with the position expressed by the Government of the Netherlands on ETNO’s proposal. Generally, the Commission believes that the ITRs are not the appropriate forum for setting compensation and tariff systems.

The Commission’s proposal (COM/2012/0430 final – 2012/0207 (NLE))[1] seeks to ensure that there is no extension of scope in relation to the existing International Telecommunications Regulations (ITRs), in particular in relation to matters related to the Internet. The absence of any specific ITR provisions does not prevent the EU to take regulatory or legislative actions in this area.

Le sragioni di Bernabè

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Replica impertinente alla lettera di Bernabè sulla riforma di Internet in sede ITU.

Sulla Stampa di qualche giorno fa Franco Bernabè ci ha spiegato i gravi problemi di Telecom Italia e le ragioni per cui occorra risolverli sconvolgendo Internet in tutto il mondo. Sulla governance della Rete gli ho replicato sulla stessa Stampa, scrivendo a nome di Euroispa, l’associazione europea degli ISP. Mi ripromettevo però di replicare anche in relazione ai gravi problemi di Telecom Italia, ed eccomi qua. Riporto di seguito i ragionamenti di Bernabè con i miei commenti.

Riteniamo, infatti, che sia necessario garantire livelli di qualità predefinita e più elevati, tali da rendere possibile lo sviluppo di applicazioni, come quelle nell’ambito della telemedicina, che necessitano di corsie di accesso privilegiate rispetto a quelle esistenti

Non si capisce perchè per fornire della qualità garantita sia necessario regolamentare Internet come suggerisce Telecom. Tali livelli di QoS sono già disponibili, a livello sia tecnologico che di mercato, senza regolamentare alcunchè. Per la telemedicina ed altri applicazioni particolarmente sofisticate, si possono usare delle VPN, una tecnologia che esiste da 20 anni o forse più (ma forse all’ITU non lo sanno).

Ma l’industria delle telecomunicazioni, in Europa, si trova oggi ad affrontare uno scenario in cui i ricavi sono in discesa, anche in ragione dell’applicazione di un modello regolatorio che ha portato a prezzi sempre più bassi per servizi sempre migliori.

Magari! Al contrario di quello che dice Bernabè, i prezzi wholesale crescono (si guardi l’ULL in Italia) e il commissario Kroes ha garantito che non scenderanno mai. Scendono invece i prezzi retail, che non sono regolamentati e sono in concorrenza. Ma allora ecco il vero problema: la concorrenza! Se poi si vanno a guardare i bilanci di Telecom Italia (ma anche  delle altre telco storiche) si scopre che il cash flow è stabile e positivo da anni, margini ed EBITDA vanno meglio che in qualsiasi altro settore, ed i ricchi dividendi non mancano mai. Esiste un forte indebitamente, è vero, ma è la conseguenza di spericolate operazioni finanziarie, non di investimenti in reti.

Pertanto, la capacità d’investimento in nuove reti è messa a rischio.

Ritorna il mito degli investimenti in infrastrutture degli incumbents. In verità, le telco storiche non hanno nemmeno investito per le reti telefoniche vere e proprie, che sono state pagate dai contribuenti e poi regalate con le privatizzazioni. Le reti mobili sono state finanziate con la terminazione mobile, quindi attraverso un sussidio regolamentato che ha visto utenti e reti fisse mettere mano al portafoglio. Per le reti 3G e LTE, invece, non mi risulta che nessuno sia mai stato obbligato a comprarsi le frequenze.

Inoltre, l’aumento esponenziale del traffico dati sulle Reti, generato dagli operatori Over The Top ed in particolare dalle pochissime imprese americane che godono di un quasi monopolio nei loro rispettivi settori, va ad esclusivo vantaggio di queste ultime e, mentre genera la necessità di investimenti per supportare la crescita dei dati, non permette agli operatori di Rete di poter generare nuovi flussi di ricavi.

Altro mito: è vero che il traffico cresce (da anni, ma adesso meno di prima), ma questo trend fa crescere anche i ricavi delle telco. Altrimenti, che cosa venderebbe Telecom Italia, che clienti avrebbe se non ci fossero Youtube, Facebook, Apple ecc? Probabilmente Telecom venderebbe ancora voce e fax in modalità analogica (e non dimentichiamo il DECT!), assieme a melanconici telefoni color grigio-topo.

Per quanto riguarda il monopolio degli OTT, è vero che sono dominanti, ma è il mercato più competitivo che ci sia, con operatori nati negli ultimi 10 anni ed altri tramontati in lassi di tempo comparabili (pensiamo a Yahoo, Excite, Myspace ecc).  Niente impedisce alle telco storiche di entrare in questo mercato, ma se ne guardano bene: Skype era europeo, ma nessuna telco europea si è mossa per impedirne l’acquisto da parte degli americani, mentre  Telecom Italia ha venduto il portale Virgilio agli egiziani.…..

Gli operatori di telecomunicazioni sono pronti ai cambiamenti necessari per rendere Internet ed i servizi che attraverso la rete vengono veicolati ancora più diffusi e fruibili ……

Oibò! Ma siamo proprio sicuri che le telco storiche siano poi in grado di suggerire in che modo cambiare Internet? Hanno vissuto 40 anni sedute sulle reti telefoniche pensando che servissero solo a fare telefonate e spedire fax, finchè qualcun altro ha aperto loro gli occhi. Non hanno inventato alcuna killer application o servizio Internet di rilievo. Il più grande contribuito dato ad Internet è stata la bolla del 2000, quando le telco si sono lanciate in operazioni spericolate di cui portano ancora i segni (indebitamento).  Adesso, hanno tirato fuori dal cappello a cilindro l’idea di applicare il meccanismo della terminazione telefonica ad Internet, come se i pacchetti IP viaggiassero in analogico …. mah!

….. ed intendono introdurli con la necessaria cooperazione degli attori Over the Top, in un quadro di mutua collaborazione.

Meraviglioso intento! Ma ancora non capiamo le ragioni per cui tanta cooperazione debba essere regolata in sede ITU. Oppure sono le prove generali di un cartello? Ad ogni modo, niente impedisce ad una grande telco accordi di collaborazione con chicchessia, ed anche di farsi pagare la qualità, se necessario. Come osservava un insospettabile CEO al summit di ETNO di ottobre “Let’s send an invoice to Google” (and shut up!).

In merito agli altri temi sollevati nella parte conclusiva della lettera dei ministri Terzi e Passera, ovvero la perseguibilità dei reati, la tassazione dei profitti e la proprietà intellettuale, condivido pienamente l’esigenza di definire un quadro di regole comune a livello internazionale. Aspetti e tematiche di fondamentale importanza quali la tutela del diritto alla riservatezza dell’individuo e la protezione dei dati personali, ovvero la sicurezza delle transazioni informatiche e l’inviolabilità delle informazioni custodite nella Rete, devono poter essere garantite tout court, senza vincoli legati ai limiti delle giurisdizioni nazionali.

Vero solo in parte: esistono già le regole europee, perchè scavalcare la competenza dell’Unione Europea e consegnare le chiavi all’ITU? Comincio a pensare che Bernabè sia mal consigliato.

La strada verso una Rete Internet che difenda la bandiera della libertà di espressione, ma che al tempo stesso risulti più performante, più flessibile, più sicura e più rispettosa delle diverse sensibilità nazionali in tema di privacy è appena incominciata.

Questo è un proclama del tipo “Vota Antonio! Vota Antonio!”. Ad ogni modo, è impressionante notare come nel capoverso precedente Bernabè avesse affermato che la privacy “deve essere garantita tout court, senza vincoli legati ai limiti delle giurisdizioni nazionali”, mentre appena un paragrafo più sotto si dice che la rete “deve essere più rispettosa delle diverse sensibilità nazionali in tema di privacy”. Orbene, delle due, l’una! Ma magari questo corto-circuito logico non è roba di Bernabè, qui c’è lo zampino di un ghost writer maldestro.

Si tratta di tematiche di fondamentale importanza alle quali è necessario dare delle risposte da parte della comunità internazionale, a cominciare dal summit di Dubai. Noi siamo convinti che l’Itu sia la giusta sede per discutere tali problematiche e questo è stato riconosciuto anche dal Cept (gruppo che rappresenta i Paesi europei).

Appunto, il CEPT ha detto che l’ITU non se ne deve occupare, ma se ne può sempre parlare (all’ora del thè). Comincio però a sospettare che nessuno in Telecom Italia se la sia sentita di raccontare a Bernabè cosa sia successo veramente alla riunione del CEPT a Istanbul, dove la proposta ETNO è stata affossata.

Ma non c’è dubbio che se non sarà l’Itu a stabilire i necessari princìpi di ulteriore libertà di accesso alla Rete occorrerà allora individuare un appropriato e condiviso consesso internazionale.

“Ulteriori libertà di accesso alla Rete”? Mi sono perso. Ma cosa siamo finiti qui?

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E finiamo con un po’ di buona musica …..

Internet e ITU: l’insostenibile ambiguità delle proposte ETNO

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Scrivo questo post a valle di una serata EIF, la fondazione europea che a Bruxelles riunisce stakeholders e politici interessati ad Internet ed alle telecomunicazioni.

Il soggetto di ieri 18 settembre era il WCIT2012 (World Conference for International Telecommunications), ed in particolare la revisione dei trattati dell’ITU sulle telecomunicazioni (i c.d. trattati ITRs). Sono intervenuti, tra gli altri, Megan Richards, per la Commissione Europea, e Luigi Gambardella, presidente di ETNO, che come sappiamo è l’associazione europea che riunisce le telco storiche (Telecom Italia, Telefonica ecc.). Nei mesi scorsi ETNO ha formulato una proposta di modifica di tali trattati con riferimento al funzionamento di Internet. Inutile dire che nel corso della serata EIF la proposta ETNO si è trovata sotto il fuoco incrociato di tanti, nonostante il buon Luigi si sia difeso appassionatamente e con vigore, lamentando altresì i pregiudizi, la disinformazione e l’indisponibilità al dialogo di tutti noi detrattori, che neanche avremmo capito bene la proposta in questione (ma secondo Luigi saremmo in buona fede: siamo quindi la nuova generazione dei compagni che sbagliano).

Gli interventi sono stati parecchi ed in certi casi spontanei; comunque, tra le critiche e le riserve verso la proposta ETNO ho potuto riconoscere Digital Europe, BT, ISOC, Public Policy at the Center for Democracy & Technology, Nokia, ICANN, Policy Bloggers Network ed almeno un paio di parlamentari europei, tra cui Ivailo Kalfin. Megan Richards  è stata molto diplomatica e non è entrata nel merito degli emendamenti ETNO, tuttavia la mia percezione è che la Commissione sia ben distante da tali posizioni.

Ma ricapitoliamo la vicenda: ETNO ha proposto degli emendamenti ai trattati ITRs miranti al raggiungimento di obiettivi ambiziosi tipo: “a new ecosystem for Internet”; “a more sustainable model for the Internet”; “the economic viability of infrastructure investment and the sustainability of the whole ecosystem”; “private sector leadership, independent multi- stakeholder governance and commercial agreements”; e così via, peperepéeee! Il bravo Luigi ha anche promesso, giurìn giurella, che la proposta non mira in nessun modo a regolamentare Internet.

Ma allora, come mai, a fronte di tanti e commendevoli obiettivi, in tanti si sono messi a lanciare frecciate come a San Sebastiano?

Il problema è che la proposta ETNO è intrinsecamente ambigua, perchè gli emendamenti (scritti) non riflettono i buoni propositi (dichiarati). Il testo proposto da ETNO, infatti, mira ad introdurre, per via di normativa internazionale: 1) una differenziazione, nell’ambito dell’accesso a Internet, tra best effort e quality based-services; 2) l’applicazione a Internet del principio del sending party network pays (SPNP), cioè la tradizionale tariffazione telefonica basata sulla terminazione. Per chi non l’avesse capito, la seconda proposta ETNO la spieghiamo così: nel mondo telefonico chi chiama paga una tariffa, e ora i signori ETNO vorrebbero applicare lo stesso principio a Internet. Quindi, se mandi una mail: paghi. Se il tuo sito viene contattato da utenti, e quindi mandi dei bit in giro per il mondo: paghi. Se metti in rete qualsiasi contenuto, e la gente lo guarda: paghi. A questo punto, chi usa giornalmente Internet, senza neanche essere un esperto, dovrebbe essere già svenuto. Eppure è così: Telecom Italia si sta facendo in 4, da Dubai al Costarica, per rendere obbligatoria questa simpatica e saggia innovazione. (NB: questi sistemi di pagamento potrebbero avvenire solo tramite operatori, e non tra gente comune, ma comunque Internet non sarà più la stessa).

In verità, i principi di cui sopra sono già potenzialmente applicabili al mondo Internet per via di negoziazione commerciale, qualora le parti lo vogliano (e il fatto che nessuno lo faccia volontariamente non è una sorpresa). Non si capisce allora quale sia l’obiettivo di ETNO: si vuole formalizzare/regolamentare una libertà commerciale che già esiste e che nessuno mette in discussione, ma perchè?

L’unico valore aggiunto di una tale proposta potrebbe essere solo quello di imporre ad Internet (con una regolamentazione ad hoc, quindi) modelli di commercializzazione e tariffazione diversi dagli esistenti: ma mentre quelli attuali sono basati sulla libera negoziazione dei contratti di peering, non è chiaro quale sarà quello proposto da ETNO: negoziato o regolamentato? E come si applica il SPNP a Internet, visto che i pacchetti IP viaggiano con modalità differenti dalle telefonate tradizionali? E che succederà ai piccoli provider che non sono in grado di negoziare accordi con le grandi telco? Google infatti potrebbe pagare, ma anche un qualsiasi internauta dovrebbe farlo, compresi io (in quanto blogger) ed il sito-web di frutta e verdura della zia Pina. Come faremo?

Sta proprio qui l’ambiguità della proposta ETNO: a fronte dei buoni propositi sbandierati a destra e a manca, gli emendamenti proposti sulla carta sembrano creare meccanismi diversi da quelli dichiarati, nonchè aprire le porte a conseguenze ed effetti imprevedibili (anche per la stessa ETNO, direi).

Il fatto è che ETNO ha in mente qualche cosa di preciso, ma non vuole dirlo apertamente. Tuttavia io, grazie alle mie capacità telepatiche e divinatorie, sono in grado di dirvi quali sono gli obiettivi reali perseguiti dai nostri amici incumbents nell’ambito di questa vicenda ITU:

–       costringere gli OTT (Google, Facebook ecc) a pagare alle telco, i cui clienti usano i servizi Internet dei primi, delle somme supplementari rispetto a quelle che gli OTT stessi pagano per l’accesso ed il transito nell’ambito dei sistemi attuali di peering; sì, ma chi, quanto e come? Non lo sappiamo. L’unica cosa sicura, però, è che per fare pagare gli OTT occorre regolamentare ex novo tutta la materia, perchè finora le negoziazioni commerciali non hanno prodotto alcunchè;

–       avere la possibilità di fare discriminazioni della banda Internet basate su mere considerazioni commerciali (si badi: niente a che fare con l’esigenza di assicurare qualità!): ad esempio, il servizio Internet/amico X sarà disponibile gratis ai clienti del fornitore di accesso Internet (come accade normalmente), mentre il servizio Internet/non amico Y sarò soggetto ad una tassa (che gli utenti dovranno pagare al fornitore di accesso, non al service provider). Si tratta del modello che già oggi alcuni operatori mobili tentano di tanto in tanto di applicare a Skype, Whatsapp ed in generale a tutti i services providers antipatici (ma amati dagli utenti): al momento si tratta di un sistema non consolidato, ma i membri di ETNO, compresa Telecom Italia, vorrebbero che diventi la regola. I servizi sgraditi, magari perchè in concorrenza, verrebbero tassati, mettendoli fuori mercato e quindi inaccessibili (chi avrebbe mai pagato una sovratassa mensile di 10 Euro per usare Skype nel 2005? Nessuno. Skype non sarebbe mai nata). Ma così facendo le telco avranno di fatto la possibilità di selezionare i servizi e i contenuti fruibili dagli utenti. Proprio come la TV, questa sì che è vera innovazione!

–       impedire all’Unione Europea ed ai paesi membri di legiferare autonomamente in materia, inchinandosi alle ambigue norme ITU. Il pensiero va alla legge olandese sulla net neutrality, che tanto ha fatto infuriare ETNO (tale legge proibisce appunto le discriminazioni di banda basate su mere considerazioni commerciali).

Se ETNO avesse la bontà di discutere pubblicamente quanto sopra, sarebbe già un bel passo in avanti, perchè si avrebbe finalmente un dibattito aperto – benchè con posizioni antitetiche a confronto – sul se e come adattare Internet alle nuove sfide tecnologiche, alla necessità di investire, di favorire l’innovazione ecc. Invece, tale discussione è preclusa, perchè ETNO non esce allo scoperto. Durante l’evento EIF sono state poste domande puntuali a ETNO, ma non sono tornate risposte. Si tratta di una reticenza sempre più insostenibile con il passare del tempo, considerato il livello degli stakeholders coinvolti e dell’arena in cui avviene il dibattito. Se questo problema non verrà risolto in fretta, la proposta ETNO, già rifiutata dagli stakeholders americani, si troverà in seria difficoltà con quelli europei. A quel punto, se la proposta ETNO finisse con l’essere sostenuta solo da Cina, Russia, repubbliche bananiere e qualche emirato, bisognerà cominciare a chiedersi cosa stia succedendo “all’industria europea”.

Un grazie alle brave organizzatrici della serata, Maria Rosa Gibellini per EIF e Claudia Selli per AT&T.

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Il programma della serata EIF è qui.

La posizione ETNO è scaricabile dal sito dell’organizzazione: www.etno.be. Per quanto riguarda le sue incoerenze, consiglio di leggere l’articolo di Larry Downes

Maggiori informazioni sulla revisione dei trattati ITRs si trovano qui.

L’ITU corre ai ripari con una foglia di fico

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L’ITU, cioè l’agenzia ONU delle telecomunicazioni basata a Ginevra, ha aperto una sorta di consultazione relativa alla revisione degli ITRs, i trattati internazionali sulle telecomunicazioni, revisione che sarà finalizzata durante la conferenza di Dubai del dicembre prossimo. I trattati in questione riguardano le reti di telecomunicazioni, ma il vero dibattito scaturisce dalla questione se e in che misura arriveranno a regolamentare i servizi Internet.

In verità, non si tratta di una vera e propria consultazione. L’ITU si limita infatti a raccogliere contributi da parte di chiunque e a porli all’attenzione degli 193 Stati membri, i quali sono stati “urged to consider and, as appropriate, take account of submitted content in their preparations for WCIT 12“. In altre parole, visto che non è l’ITU a decidere sugli ITRs, bensi gli Stati Membri, non vi è alcuna garanzia che tali contributi possano avere il benché minimo impatto sul processo decisionale. Inoltre, i potenziali stakeholders non hanno diritto ad essere sentiti, a partecipare ad un hearing, ad andare alla conferenza di Dubai. Da esperto lobbista, direi che si tratta di una perdita di tempo, se qualcuno vuole intervenire in questo processo farà bene a scrivere direttamente agli Stati Membri (e non a tutti, ma solo a quelli con cui vi sono speranze di essere ascoltati).

Ma perché ITU si è imbarcato in questo inutile passaggio di carte? Direi che serpeggia un po’ di paura a seguito del precedente di ACTA (come avevo denunciato nel mio precedente post). Nel caso del trattato sulla contraffazione, il carattere segreto, esclusivo e poco trasparente delle negoziazioni ha fatto alla fine deragliare il progetto. La società civile  e la Internet Community non ha perdonato il tentativo di regolamentare Internet di nascosto, anche quando, ormai alla fine, la versione definitiva del trattato ACTA era stata depurata dal peggio. E’chiaro che nel caso della revisione dei Trattati ITU si va incontro agli stessi problemi: surrettiziamente, si stanno riscrivendo le regole dell’Internet, questa volta assieme alla Cina e alla Siria però. L’ITU corre quindi ai ripari cercando di creare un a parvenza di trasparenza e democraticità, dicendo a tutti: “Scrivete cosa ne pensate! Noi passiamo i vostri pensieri alle delegazioni …”.

Non credo che funzionerà. Prevedo un autunno caldo per la governance di Internet.

La “consultazione” dell’ITU si trova qui: http://www.itu.int/en/wcit-12/Pages/public.aspx

ACTA/2, il ritorno: le grandi telcos cercano di scassare Internet (e in gran segreto)

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E’ di questi giorni la notizia secondo cui l’ITU, l’agenzia dell’ONU che si occupa di telecomunicazioni, sta mettendo mano ad alcuni trattati internazionali al fine di introdurre delle riforme che avrebbero un impatto gigantesco sulla rete Internet (in termini negativi, purtroppo). La riforma avrebbe luogo nell’ambito della rinegoziazione dei trattati ITRs, i trattati telefonici del 1988, che saranno ridiscussi nell’ambito di una conferenza internazionale a Dubai a dicembre 2012 (c.d. WCIT-12). L’idea sarebbe quella di introdurre il principio tradizionale della telefonia del “Sending Party Network Pays” alla rete Internet così che, in buona sostanza, si tornerebbero ad applicare le regole tariffarie telefoniche anche quando si spediscono le mail o si genera traffico dati di ogni tipo. Ma l’obiettivo finale è un altro: si vorrebbe imporre una sorta di “Internet fee” a quei portali e service providers che generano maggiormente traffico a livello mondiale, Google, Facebook ecc per intendersi.

Da dove nasce questa follia, e perchè l’ITU, dopo tanta latitanza da Internet si è improvvisamente svegliata ed ha deciso di scassare il giocattolo che altri hanno costruito? Le proposte relative alla c.d. “tassa Internet” sembrano arrivare da ETNO, l’associazione Europea delle telcos dominanti e storiche (quelle che tuttora distribuiscono lauti dividendi grazie alle reti pagate dai nostri Padri Contribuenti), tra cui Telecom Italia.  Oggi ETNO ha fatto un press release sull’argomento e quindi non mi aspetto più una smentita.

Di cosa stiamo parlando? Da alcuni anni queste big telcos sono sotto-pressione da parte dei governi perché non investono in infrastrutture di nuova generazione, dicasi fibra ottica, visto essi che preferiscono tenersi le vecchie reti in rame su cui sono dominanti, che ricevettero in regalo con le privatizzazioni degli anni ’90 e con cui fanno ancora un sacco di soldi (i debiti sono nati in altro modo, non certo con investimenti in infrastrutture). Per sfuggire a queste pressioni, gli incumbent accampano ogni tipo di argomento di distrazione, nell’ordine: gli enormi rischi legati a questo tipo di investimento infrastrutturale (in verità minimi per loro, a differenza dei new entrants, perchè gli incumbent devono essenzialmente migrare sulle nuove reti una poderosa customer base già esistente); la regolamentazione NGA adottata dalla Commissione Europea (che impedirebbe loro di instaurare un nuovo monopolio telefonico, amen); ed infine il presunto comportamento piratesco degli OTT che sfrutterebbero i network delle big telcos per i loro servizi (ma non si capisce a cosa servirebbero quei network senza i servizi: il caso dell’accesso mobile, trainato da Facebook, Google e Apple/Iphone è emblematico).

In altre parole, l’argomento di distrazione attuale è il seguente: se volete che investiamo nelle reti in fibra ottica, vogliamo un meccanismo con il quale qualsiasi service provider passa per le reti (avendo già pagato l’accesso, peraltro) ci lasci un obolo. Nessuno sa come funzionerebbe esattamente questo meccanismo. Ad ogni modo, la battaglia ora si sposta quindi all’ITU, dove gli incumbents si sentono probabilemente più a casa che a Bruxelles. Gli incumbents hanno infatti una certa familiarità con tale consesso, se non altro per ragioni storiche e di vicinanza con i funzionari ministeriali che vi partecipano.

Cosa potrebbe uscire da questo cambiamento epocale? Certamente grossi rischi per Internet, perchè i meccanismi di base con cui la Rete si è evoluta dalle origini fino ad ora potrebbero essere drammaticamente sconvolti. Lo ha già notato l’amico Pepper di Cisco: “Developing countries could effectively be cut off from the Internet … the ETNO plan could have a host of very negative unintended consequences.”

Non è invece chiaro se e come le telcos storiche riuscirebbero effettivamente a monetizzare il cambiamento tariffario da loro proposto. Ma questo è un problema secondario: l’obiettivo strategico di questi operatori è quello di distogliere l’attenzione di governi, regolatori ed opinione pubblica dal problema di base, e cioè che pur essendo essi operatori di rete, non vogliono investire in reti. Non lo hanno mai fatto, per le verità: le reti fisse in rame sono state pagate dai Padri Contribuenti (con le tasse), mentre le reti mobili sono state pagate a peso d’oro dai Consumatori Polli (grazie all’incredibile meccanismo della terminazione mobile, che tutt’ora perdura). La manovra presso l’ITU è quindi pura tattica, serve a perdere tempo, confondere le acque, organizzare summit e workshop improduttivi .

Ma c’è  un rischio ancora maggiore, e concreto, nascosto in questo dibattito: portare un tema di questo tipo nelle competenze di ITU potrebbe avere conseguenze micidiali in tema di libertà della Rete, perchè l’ITU è un’organizzazione internazionali in cui ogni Stato membro ha un voto, e molti di loro sono fondamentalmente illiberali (Cina, Iran, dittature di ogni dove). Per di più, le negoziazioni avvengono a porte chiuse, senza alcun controllo democratico, proprio come ACTA. Anzi, diciamo che stiamo per arrivare ad ACTA/2.

Per chi volesse saperne di più, segnalo le meditazioni tecniche di Stefano Quintarelli sul tema della Net Neutrality (del 2010, ma sempre attuali): http://is.gd/XYzUeu