Month: June 2012

Il Tribunale Europeo su Microsoft, net neutrality e interoperabilità

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Il Tribunale dell’Unione Europea (cioè la giurisdizione di primo grado europea) ha sostanzialmente confermato la condanna di Microsoft per una serie di infrazioni antitrust commesse tra il 2004 (anno della famosa condanna da parte del Commissario Monti) ed il 2007. Il Tribunale ha ritenuto che Microsoft non si sia sufficientemente conformata alla decisione del 2004, perpetuando invece dei comportamenti che di fatto hanno reso  impossibile o gravosa l’interoperabilità con i servizi dei propri concorrenti. La condanna pecuniaria è stata solo leggermente ridotta da 899 a 860 milioni di Euro.

La sentenza è importante perchè vengono confermate le tesi della Commissione Europea circa le modalità pratiche, che devono essere ragionevoli e non discriminatorie, con cui un operatore dominante deve garantire l’interoperabilità dei propri servizi. L’aspetto economico è di particolare rilievo: secondo la Commissione, il corrispettivo che Microsoft può pretendere per la divulgazione e l’uso delle informazioni necessarie ad assicurare l’interoperabilità deve essere commisurato all’effettiva innovatività delle stesse, a prescindere dal fatto che siano protette o meno da diritti di proprietà intellettuale. Microsoft infatti aveva imposto corrispettivi molto elevati sul presupposto che la maggior parte di tali informazioni erano innovative in quanto coperte da breve, ma sia Commissione che Tribunale hanno scardinato tale argomento, privilegiando un esame fattuale e non formale della fattispecie. Inoltre, il valore di cui tener conto per fissare il corrispettivo deve essere quello intrinseco delle informazioni, non il valore strategico (cioè quello derivante dalla capacità di tali informazioni di rendere interoperabili dei servizi).

Al di là dell’interessante diatriba circa il potenziale conflitto tra norme antitrust e proprietà intellettuale, questa sentenza è destinata ha supportare la politica della Commissione Europea in aree ben più vaste di quelle dei mercati dominati da Microsoft. L’interoperabilità è infatti un principio fondamentale del settore digitale nel suo complesso (servizi di connettività a banda larga, Internet, servizi a valore aggiunto, video online  ecc) ed è una chiave di volta per lo sviluppo dei servizi digitali. Tuttavia, non sempre è chiaro come questo principio possa operare in pratica. Infatti, un operatore dominante (sia di rete che di servizi) potrebbe facilmente aggirare l’interoperabilità senza formulare un vero e proprio rifiuto (rischioso dal punto di vista antitrust), ma semplicemente imponendo condizioni economiche irragionevoli ai propri concorrenti. Tale esosità sarebbe normalmente giustificata dalla confidenzialità, innovatività e protezione brevettuale delle informazioni da divulgare ai concorrenti. Però, dopo questa sentenza, questo tipo di rifiuto indiretto diventerà molto più difficile da esercitare.

In quali settori potrebbero esserci delle ricadute? Potenzialmente, tutti i settori dove si discute di net neutrality. Com’è noto, i grandi operatori di rete (Telecom Italia, Deusche Telekom, Telefonica, ecc.,ma anche i grandi operatori mobili) ambiscono a risalire la catena del valore del mercato Interent, cercando di scalzare gli Over-the-top (Google ecc. ). Tali operatori di rete potrebbero essere tentati dal fornire loro stessi tali servizi (video, e-payment, e-commerce ecc), blindandoli con caratteristiche tecniche non interoperabili. In passato questa tentazione ha già dato luogo ad iniziative da parte singoli operatori consistenti nel creare dei walled gardens  (si pensi a Casa Alice in Italia nel 2003), iniziative che furono però sconfitte dal mercato. Tali strategie potrebbero ripresentarsi ora in maniera più solida, cioè attraverso cartelli e comportamenti concertati, giacchè operatori mobili e telcos dominanti non nascondono l’ambizione di fare fronte comune contro gli OTT. Inoltre, il mercato dei servizi Internet è sempre più europeo (si pensi alle piattaforme di e-payment, già sotto la lente dell’antitrust Europeo) e quindi tale forma di concertazione appare necessaria, giacchè le telcos – essendo coascina focalizzata su singoli mercati nazionali – non riescono a coprire l’intero mercato europeo, se non con accordi di cartello (si pensi al roaming). Questa problematica è destinata poi ad acutizzarsi anche per effetto del dibattito sulla neutralità della rete e sulla possibilità per le telcos di fornire connettività Internet differenziata rispetto al best effort: infatti, tale differenziazione di connettività renderà necessarie delle negoziazioni tra operatori affinchè servizi ad alta qualità possano essere interoperabili, cioè “riconoscibili”, anche quando mettano in comunicazione soggetti attestati presso reti o piattaforme differenti (si pensi ad una video-conference tra utenti di diversi paesi; oppure al downloading di contenuti online da un paese all’altro).

La sentenza avrà effetto anche verso gli OTT, ma nei loro confronti direi che non vi sono particolari novità: il problema principale resta quello di affermare se siano dominanti o meno, valutazione non sempre facile, a prescindere dalle quote di mercato da essi detenute. In altre parole, finchè un’autorità antitrust non dichiarerà Apple dominante nel proprio mercato, non sarà possibile imporgli l’interoperabilità (ad esempio per le applicazioni) sulla base della presente sentenza. Sarei invece più possibilista verso Skype, che è chiaramente dominante nelle video-conferenze (e a caduta su certe modalità di VOIP). Il problema è stato già sollevato nel corso del merge con Microsoft nel 2011, ma la Commissione non ha sviluppato questo argomento, non perchè insussistente, ma perchè distinto dal processo di concentrazione tra le due imprese. La Commissione ha invece fatto capire che esaminerebbe questo problema se un operatore richiedesse l’interoperabilità di taluni servizi di Microsoft/Skype, nell’ambito di un distinto procediemnto antitrust. Ecco, questo è un campo dove si potrebbe scrivere un nuovo capitolo della saga Microsoft in Europa.

Ultimi colpi di coda di ACTA al Parlamento Europeo

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Domani 21 giugno (mio compleanno!) il Comitato commercio internazionale del Parlamento Europeo voterà circa la ratifica o rigetto del trattato ACTA. La risoluzione non ha valore vincolante, ma di semplice indirizzo, perché dovrà essere il Parlamento Europeo in sessione plenaria a dire l’ultima parola su questo tema (tra qualche settimana, a luglio).

Com’è noto, vari gruppi parlamentari (verdi e liberali, ad esempio) hanno già detto di essere contrari al Trattato, e la loro posizione si è riflessa nel voto di altri comitati parlamentari che nelle settimane scorse hanno deliberato (sempre senza valore vincolante) che ACTA deve essere rigettato.

Nonostante questo backgroud, ACTA però tenta ancora di farcela. E’ notizia di queste ora che il PPE, il gruppo più importante del Parlamento, avrebbe chiesto il voto segreto in commissione. Sembrerebbe un modo per i propri membri di votare a favore di ACTA senza incorrere nel furore degli elettori. La manovra è stata scoperta ed immediatamente stigmatizzata, ad esempio da Marietje Schaake. Il PPE ha smentito parzialmente la notizia, ma senza escludere del tutto la possibilità del ricorso al voto segreto. Quindi, domani a Bruxelles ci sarà un po’ di suspence ……

L’Italia sempre più indietro nel broadband: il lavoro della nuova AGCOM è in salita

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La Commissione Europea ha pubblicato il Digital Agenda Scoreborad, cioè lo stato dei servizi ed infrastrutture digitali nell’ambito delle azioni e degli obiettivi di cui all’Agenda Digitale Europea. Alla fine del 2011, i dati rivelano sia luci che ombre: da un lato il broadband fisso è diventato potenzialmente disponibile quasi dappertutto (95%), quello è mobile è in forte crescita (+62%), l’e-government ha cominciato a svilupparsi massicciamente, anche in paesi finora recalcitranti (Grecia, Portogallo, Irlanda). Dall’altro, si nota carenza di capacità ICT in buona parte della forza-lavoro, creando così una ulteriore ragione per la disoccupazione stagnante. Inoltre, manca un mercato unico digitale, perchè gli utenti fanno shopping online solo nell’ambito del loro stesso paese (si pensi solo al content on line). E le PMI, che dovrebbero essere tra gli attori più innovativi, fanno un uso ancora limitato del e-commerce.

Dati importanti vengono da broadband: la copertura europea della banda larga continua a crescere, sebbene ormai a ritmi sempre più blandi (causa saturazione dei mercati più importanti) e si attesta sul 27%. Ovviamente, si tratta di una media che fotografa una realtà composita, che va dal 40,6% dell’Olanda al 15,2 della Romania. Com’è noto, questa diversità di risultati riflette: (i)  varie condizioni nazionali (reddito medio, informatizzazione); (ii) stato differente delle reti telefoniche (le reti cavo non sono presenti ovunque, e sono comunque frammentate all’interno dello stesso paese, tranne l’Olanda; nell’est europeo la rete in rame è più scarsa); (iii) competitività del settore (vi è maggiore banda larga dove c’è la concorrenza del cavo o dell’ULL). Inutile dire, che la grossa differenza la fanno la capacità, da un lato dei singoli governi di fare politica industriale, dall’altro  delle autorità di regolamentazione di far applicare le regole.

I dati della copertura broadband in Italia fanno male: la media italiana si situa attorno al 22,2%, cioè sempre più lontano dalla media europea del 27%. Ma ciò che preoccupa è il trend: mentre negli anni scorsi l’Italia vivacchiava in fondo alla classifica EU15, lottandosela con Irlanda e Portogallo, ora siamo sempre più in fondo, superati da Cipro, Lituania, Estonia, Repubblica Ceca, Slovenia ……

Come abbiamo fatto a ridurci così? Una colpa importante ce l’hanno i governi precedenti, che non hanno visto nel broadband nessuna opportunità di sviluppo e si sono concentrati sulla televisione (ma questa è un’altra storia).  Dall’altro lato lato, anche AGCOM ci ha messo del suo: ha innalzato il prezzo della rete in rame (rendendola più profittevole e quindi scoraggiando gli investimenti in fibra di Telecom Italia; ed ha fatto così sballare i conti degli operatori alternativi ); ha mantenuto alte le tariffe di terminazione mobile, perpetuando così un antistorico travaso di risorse dal fisso al mobile; ed alla fine si è lanciata nel tema del copyright digitale con posizioni contraddittorie e commissari in ordine sparso, creando una forte preoccupazione in chiunque voglia investire nel settore. Ecco, la nuova AGCOM sa già da dove ripartire, se vuole.

Qui il discorso del Commissario Kroes di oggi con i links ai dati: http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/12/614&format=HTML&aged=0&language=en&guiLanguage=en

La Commissione Europea usa i poteri forti (per la prima volta)

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La Commissione Europea ha adottato una raccomandazione ai sensi dell’articolo 7a della Direttiva Framework (direttiva 2002/21/EC), chiedendo formalmente ad un regolatore nazionale (l’olandese OPTA, nel caso di specie) di ritirare o eventualmente modificare una regolamentazione nazionale. A parte il merito della questione (su cui alcune informazioni in appresso), siamo di fronte ad una novità assoluta: il potere di adottare raccomandazioni “vincolanti”* nei confronti di un regolatore nazionale è stato introdotto per la prima volta con la riforma del quadro regolamentare del 2009. La nuova procedura prevede che qualora la Commissione Europea abbia dei seri dubbi circa una misura nazionale di implementazione si apra una “Fase II”, in cui sono coinvolti sia il Berec che l’autorità stessa. Se non si raggiunge un accordo (che può essere di qualsiasi tipo: ritiro, modifica o conferma dalla misura contestata), la Commissione invia all’autorità recalcitrante una raccomandazione vincolante. A questo punto, l’autorità nazionale può andare avanti solo con una decisione recante un parere motivato con il quale si giustifichino le ragioni della divergenza. E la Commissione potrebbe portare lo Stato membro di fronte alla Corte UE (ma questa è una mia opinione).

Sarà ora interessante osservare come si comporteranno Commissione, OPTA e Berec rispettivamente. La procedura in questione è stata definita per assicurare l’applicazione uniforme della regolamentazione europea, cos’ da evitare le sbavature nazionali ingiustificate. Se OPTA deciderà di seguire l’avviso della Commissione, potremo dire che l’obiettivo è stato raggiunto già con il primo caso di applicazione. Se OPTA non lo farà, ci leggeremo la lettera di motivazioni e cercheremo di capire se le giustificazioni sono condivisibili, fino a considerare che tipo di ruolo sta giocando Berec (che dovrebbe riportare alla ragione i regolatori “devianti”). Se infatti Berec non dimostrerà di essere in grado di convincere i propri membri, potremo allora cominciare a chiederci a che cosa serva.

Per quanto riguarda il merito della questione, va riconosciuto che OPTA sta fronteggiando una situazione complessa: una decisione del regolatore olandese in tema di terminazione fissa e mobile era stata annullata da un giudice locale, nonostante la Commissione l’avesse valutata in linea con la normativa europea. La successiva decisione nazionale, adottata tenendo conto della sentenza del giudice, ha completamente stravolto i valori, attirando le ire della Commissione.

La raccomandazione della Commissione non è ancora stata pubblicata, ma qui si trova il press release: http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/12/601&format=HTML&aged=0&language=EN&guiLanguage=en

* Definisco queste raccomandazioni come “vincolanti” perchè hanno degli effetti procedurali atipici, definiti dall’articolo 7a della Direttiva Accesso. Tuttavia, si tratta sempre di atti la cui portata cogente è inferiore a regolamenti, direttive e decisioni.

ACTA/2, il ritorno: le grandi telcos cercano di scassare Internet (e in gran segreto)

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E’ di questi giorni la notizia secondo cui l’ITU, l’agenzia dell’ONU che si occupa di telecomunicazioni, sta mettendo mano ad alcuni trattati internazionali al fine di introdurre delle riforme che avrebbero un impatto gigantesco sulla rete Internet (in termini negativi, purtroppo). La riforma avrebbe luogo nell’ambito della rinegoziazione dei trattati ITRs, i trattati telefonici del 1988, che saranno ridiscussi nell’ambito di una conferenza internazionale a Dubai a dicembre 2012 (c.d. WCIT-12). L’idea sarebbe quella di introdurre il principio tradizionale della telefonia del “Sending Party Network Pays” alla rete Internet così che, in buona sostanza, si tornerebbero ad applicare le regole tariffarie telefoniche anche quando si spediscono le mail o si genera traffico dati di ogni tipo. Ma l’obiettivo finale è un altro: si vorrebbe imporre una sorta di “Internet fee” a quei portali e service providers che generano maggiormente traffico a livello mondiale, Google, Facebook ecc per intendersi.

Da dove nasce questa follia, e perchè l’ITU, dopo tanta latitanza da Internet si è improvvisamente svegliata ed ha deciso di scassare il giocattolo che altri hanno costruito? Le proposte relative alla c.d. “tassa Internet” sembrano arrivare da ETNO, l’associazione Europea delle telcos dominanti e storiche (quelle che tuttora distribuiscono lauti dividendi grazie alle reti pagate dai nostri Padri Contribuenti), tra cui Telecom Italia.  Oggi ETNO ha fatto un press release sull’argomento e quindi non mi aspetto più una smentita.

Di cosa stiamo parlando? Da alcuni anni queste big telcos sono sotto-pressione da parte dei governi perché non investono in infrastrutture di nuova generazione, dicasi fibra ottica, visto essi che preferiscono tenersi le vecchie reti in rame su cui sono dominanti, che ricevettero in regalo con le privatizzazioni degli anni ’90 e con cui fanno ancora un sacco di soldi (i debiti sono nati in altro modo, non certo con investimenti in infrastrutture). Per sfuggire a queste pressioni, gli incumbent accampano ogni tipo di argomento di distrazione, nell’ordine: gli enormi rischi legati a questo tipo di investimento infrastrutturale (in verità minimi per loro, a differenza dei new entrants, perchè gli incumbent devono essenzialmente migrare sulle nuove reti una poderosa customer base già esistente); la regolamentazione NGA adottata dalla Commissione Europea (che impedirebbe loro di instaurare un nuovo monopolio telefonico, amen); ed infine il presunto comportamento piratesco degli OTT che sfrutterebbero i network delle big telcos per i loro servizi (ma non si capisce a cosa servirebbero quei network senza i servizi: il caso dell’accesso mobile, trainato da Facebook, Google e Apple/Iphone è emblematico).

In altre parole, l’argomento di distrazione attuale è il seguente: se volete che investiamo nelle reti in fibra ottica, vogliamo un meccanismo con il quale qualsiasi service provider passa per le reti (avendo già pagato l’accesso, peraltro) ci lasci un obolo. Nessuno sa come funzionerebbe esattamente questo meccanismo. Ad ogni modo, la battaglia ora si sposta quindi all’ITU, dove gli incumbents si sentono probabilemente più a casa che a Bruxelles. Gli incumbents hanno infatti una certa familiarità con tale consesso, se non altro per ragioni storiche e di vicinanza con i funzionari ministeriali che vi partecipano.

Cosa potrebbe uscire da questo cambiamento epocale? Certamente grossi rischi per Internet, perchè i meccanismi di base con cui la Rete si è evoluta dalle origini fino ad ora potrebbero essere drammaticamente sconvolti. Lo ha già notato l’amico Pepper di Cisco: “Developing countries could effectively be cut off from the Internet … the ETNO plan could have a host of very negative unintended consequences.”

Non è invece chiaro se e come le telcos storiche riuscirebbero effettivamente a monetizzare il cambiamento tariffario da loro proposto. Ma questo è un problema secondario: l’obiettivo strategico di questi operatori è quello di distogliere l’attenzione di governi, regolatori ed opinione pubblica dal problema di base, e cioè che pur essendo essi operatori di rete, non vogliono investire in reti. Non lo hanno mai fatto, per le verità: le reti fisse in rame sono state pagate dai Padri Contribuenti (con le tasse), mentre le reti mobili sono state pagate a peso d’oro dai Consumatori Polli (grazie all’incredibile meccanismo della terminazione mobile, che tutt’ora perdura). La manovra presso l’ITU è quindi pura tattica, serve a perdere tempo, confondere le acque, organizzare summit e workshop improduttivi .

Ma c’è  un rischio ancora maggiore, e concreto, nascosto in questo dibattito: portare un tema di questo tipo nelle competenze di ITU potrebbe avere conseguenze micidiali in tema di libertà della Rete, perchè l’ITU è un’organizzazione internazionali in cui ogni Stato membro ha un voto, e molti di loro sono fondamentalmente illiberali (Cina, Iran, dittature di ogni dove). Per di più, le negoziazioni avvengono a porte chiuse, senza alcun controllo democratico, proprio come ACTA. Anzi, diciamo che stiamo per arrivare ad ACTA/2.

Per chi volesse saperne di più, segnalo le meditazioni tecniche di Stefano Quintarelli sul tema della Net Neutrality (del 2010, ma sempre attuali): http://is.gd/XYzUeu

Pirateria online: la Commissione Europea dice addio al blocco dei siti web e si concentra sulle piattaforme di hosting

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La Commissione Europea ha lanciato una consultazione, che si protrarrà fino al 5 settembre, relativa alle norme della Direttiva Commercio Elettronico (direttiva 2000/31/CE, recepita in Italia con il decreto Legislativo 70/2003) che regolano la responsabilità degli intermediari che fanno hosting, vale a dire le piattaforme. Per intenderci, i vari Google, Facebook, Dailymotion, che forniscono i portali attraverso i quali gli utenti caricano e condividono contenuti di ogni tipo (e a volte anche in violazione del diritto d’autore).

La consultazione ha un elevato contenuto tecnico, però è interessante capire il background politico che l’ha generata. Nell’ambito delle misure miranti a reprimere la pirateria online, la Commissione ha ora deciso di focalizzarsi sulle fattispecie di hosting, mentre ha messo da parte (senza però esplicitare apertamente tale scelta) i rimedi consistenti nell’imporre ai fornitori di accesso a Internet (gli iSP) il blocco dei siti web. Come mai questo posizionamento? Per intenderci, la fattispecie dell’hosting e quello dell’accesso a Internet rispecchiano business diversi e sono disciplinati diversamente dalla direttiva 2000/31/CE.  L’hosting provider si limita a fornire spazio nei propri servers ai contenuti caricati dagli utenti: pertanto, la quantità di tali contenti è limitata rispetto ai numeri esponenziali del traffico Internet ed inoltre, trovandosi tali files in un ambiente gestito dallo stesso hosting provider, quest’ultimo ne è responsabile non appena venga a conoscenza del loro carattere eventualmente illecito (poichè, ad esempio, violano il copyright di un terzo). Ed infatti, non appena il loro carattere illecito viene comunicato da un avente diritto, l’hosting provider deve rimuoverli immediatamente, altrimenti incombe su di lui una responsabilità. Il discorso si fa invece diverso per i fornitori di accesso, che gestiscono tubi e routers, e non servers: la quantità di dati che possono trasmettere è gigantesca, ed inoltre essi non sono conoscibili dall’ISP, che si limita a trasmetterli, ma non li deposita da nessuna parte. Per accedere a tali dati l’ISP dovrebbe mettere in atto costose e dannose tecnologie di filtraggio, peraltro in violazione della privacy degli utenti (i quali, a differenza di quelli dell’hosting provider, non hanno concesso al ISP il trattamento dei propri bits). Ed infatti, la direttiva 2000/31 non riconosce alcuna responsabilità agli ISP, anche qualora qualcuno comunichi loro che file vietati vengono trasmessi attraverso la loro rete (salvo che essi influiscono su tali dati: ma in tal caso diventerebbero, se si può dire, degli hosting provider, e ricadremmo nella prima ipotesi).

Chiarito quanto sopra, va ricordato che per anni l’industria del copyright ha chiesto ad istituzioni e giudici di bloccare l’accesso ai siti pirata, attraverso l’imposizione di misure di blocco agli ISP. Questi ultimi hanno sempre protestato, rilevando che le misure di blocco sono ingiuste (nei loro confronti), inefficaci, costose e sproporzionate. La querelle ha avuto alterne vicende in Europa, benchè in Italia i rightholders abbiano raggiunto qualche successo, poichè alcuni giudici hanno accolto le richieste di imporre agli ISP il blocco di siti web colpevoli di qualsiasi cosa (tra tutti, ricordo il caso The Pirate Bay). La questione si è trascinata fino a Lussemburgo, dove la suprema Corte europea, nel novembre 2011, ha dichiarato illegali e sproporzionati filtri e blocchi di Internet (causa Sabam/Scarlet). La Corte europea ha anche fornito un solido e coerente ragionamento giuridico, confermato nella successiva causa Netlog che però riguardava servizi di hosting. Risultato: la Commissione Europea (al cui interno convivevano varie anime, per la verità) si è resa conto che non esistono più le condizioni giuridiche per imporre le misure di blocco agli ISP e si è ora concentrata sull’hosting, benchè non abbia ufficialmente e formalmente dichiarato tale abbandono. Questa è la notizia più importante della consultazione, che la consultazione però non dice.

I documenti di consultazione si trovano qui: http://ec.europa.eu/internal_market/consultations/2012/clean-and-open-internet_en.htm