Month: November 2012

WCIT12: il CEPT conferma la sua opposizione alla riforma di Internet in sede ITU

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Ed intanto ECIPE giudica le proposte di ETNO incompatibili con la normativa WTO

Con un comunicato stampa pubblicato oggi 29 novembre 2012, il CEPT (l’organismo che riunisce le amministrazioni postali e delle telecomunicazioni dei paesi europei, anche non-EU) ha confermato la linea politica dell’organizzazione e dei paesi membri con riferimento alla riforma dei trattati telefonici ITRs che saranno discussi a Dubai a dicembre (WCIT12). La posizione del CEPT, come si evince dallo statement, può essere riassunta come segue: 1. mantenimento della discussione attorno a pochi principi di altissimo livello, senza intrusioni regolamentari. 2. Rispetto della sovranità dei paesi membri nonché delle norme internazionali (e comunitarie) alle quali gli stessi sono obbligati; 3. esclusione dei settori attualmente non coperti dagli ITRs.

Detto in soldoni, il CEPT si dice contrario:

– all’estensione dei trattati ITRs a Internet, ma anche ad altre materie tipo cybercrime, privacy, contenuti;

– al rafforzamento dei poteri dell’ITU in queste materie.

Lo statement del CEPT è molto diplomatico e prudente, non viene detto “siamo contro X” oppure “siamo alleati di Y“. Tuttavia, è evidente che esce definitivamente sconfitta la linea di ETNO, che della riforma di Internet in sede ITU aveva fatto un cavallo di battaglia. Tuttavia, il confronto continua perchè, come noto, le proposte di ETNO hanno trovato qualche sponda in Africa ed Asia e quindi saranno comunque dibattute a Dubai.

Nel frattempo, è uscito uno studio di ECIPE (il più prestigioso think-tank europeo in tema di commercio internazionale), il quale evidenzia come le proposte di ETNO siano in conflitto con le attuali norme del WTO.

Di fronte a tante opposizioni da parte dei paesi occidentali e della società civile, appare sorprendente come ETNO non faccia pubblicamente una sorta di marcia-indietro. Non si tratta di ammettere uno sbaglio (per carità), quanto di riconoscere che tale proposta deve essere ripensata all’interno della stessa ETNO, al fine di poter riprendere le discussioni quanto prima con i propri interlocutori naturali.

Kroes: l’ho fatto perchè me lo hanno chiesto gli investitori

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Il commissario di DG Connect alla conferenza ECTA spiega la sua ricetta per le fibre (intanto Telecom Italia pensa di spendere fino a 7 miliardi in rete fissa, però in Brasile).

L’intervento di oggi di Neelie Kroes, il commissario europeo per la Digital Agenda, è stato polarizzato dalle ragioni che l’hanno spinta, lo scorso 12 luglio, a dare un’inversione copernicana alla politica regolamentare della Commissione Europea in tema di accesso alle reti ed fibre ottiche, che ora consisterà in: “stabilizzazione” del prezzo del rame per un periodo di 8 anni; “rafforzamento” delle norme in tema di non discriminazione; “flessibilità” delle regole di accesso alle reti in fibra ottica. Le virgolette sono obbligate perchè tra poche settimane, o giorni, la direzione DGConnect pubblicherà un draft di proposta.

Secondo le parole del commissario Kroes, la nuova posizione è dovuta alle richieste degli investitori, che chiedevano “stability, reliability, certainty, predictability”. Si tratta di un annuncio che non sorprende, a meno che qualcuno abbia mai conosciuto investitori che predilogono incertezza, inaffidabilità, instabilità e caos totale. In altre parole, la spiegazione del commissario Kroes è di buon senso, però non aggiunge molto rispetto a ciò che già si sapeva fin dalla bolla dei tulipani del XVII° secolo.

Kroes purtroppo non è stata più precisa circa le motivazioni della comunità finanziaria. Infatti, gli investitori sono normalmente parte di grandi gruppi bancari e finanziari che hanno importanti cointeressenze con gli incumbents proprietari delle reti in rame, perchè da questi ultimi ricevono dividendi azionari nonchè rimborsi/dividendi da obbligazioni. In altre parole, qualsiasi statement di un grande investitore è potenzialmente pregiudicato da un conflitto d’interesse con l’entità finanziaria di appartenenza, che non vuole solo investire ma anche mantenere il cash flow attuale (dividendi e cedole di ogni tipo) nonchè avere il rimborso dei debiti. La Kroes non è una sprovveduta e quindi avrà fatto le sue attente valutazioni, tuttavia la storia degli ultimi 4/5 anni di crisi finanziaria è caratterizzata da enormi conflitti di interessi da parte degli operatori finanziari, che prediligono investimenti in carta (cartolarizzazioni di qualsiasi cosa) piuttosto che in prodotti/servizi. Quindi il dubbio rimane.

Trovandosi nella tana del lupo (i membri di ECTA sono ormai molto freddi con la Kroes), il commissario ha invitato i presenti a giudicare sulla base dei fatti, non delle emozioni. Giustissimo, però se lei stessa avesse portato delle chiarificazioni sarebbe stata molto apprezzata. Ad esempio, Neelie avrebbe potuto spiegare come la stabilizzazione e garanzia del prezzo del rame indurrebbe i beneficiari, cioè gli incumbents, a spegnere tali reti e a riconvertirle in fibra; ed avrebbe potuto portare dati più precisi circa i paesi dove questo meccanismo virtuoso, cioè il reinvestimento dei profitti del rame nella fibra, funziona veramente. Ma purtroppo non lo ha fatto. Nello statement del 12 luglio la Kroes si era limitata a direi che non era convinta che un abbassamento del prezzo del rame potesse incentivare gli investimenti in fibra, ma in molti avevano obiettato che i paesi indicati come esempi, Austria e Norvegia, non erano appropriati; e la cosa era morta lì.

Il Commissario Kroes ha ricordato i dati della crescita della fibra in Cina, 36 milioni di abitazioni, però senza spiegare come funzioni la ricetta cinese e se sia applicabile in Europa. Probabilmente, se andassimo a vedere il modello cinese da vicino scopriremmo cose che non ci piacciono così tanto. Meglio il Giappone, allora, dove però la regolamentazione esiste. Poi Neelie ha riferito di un colloquio con il presidente della BEI, che avrebbe detto che da giugno 2012 (quindi da un momento precedente allo speech di luglio) vi sarebbe stato un aumento di investimenti, pari al 25%, nel settore delle telecomunicazioni. Mi sembra una buona notizia, benchè non ufficiale, quindi aspettiamo la conferma. Quando verrà, sarebbe interessante capire se i maggiori investimenti siano semplicemente annunciati o veramente fatti, se si tratti di fibra o di mobile/LTE., ecc. Purtroppo, la storia della fibra è costellata di FTTP (Fiber-to-the-Papers), quindi sarebbe meglio evitare di farsi abbindolare dagli annunci, per non ricadere nel trappolone spagnolo del 2009, quando Telefonica, non appena aver ottenuto una parziale deregolamentazione della fibra ottica, annunciò che purtroppo doveva sospendere gli investimenti programmati prima della decisione del regolatore spagnolo. Amen.

In fin dei conti, la Kroes ci ha levato qualche dubbio: facendo riferimento agli investitori, e non ai players di mercato, ha indirettamente ammesso che la sua ricetta non è capace di far investire le telecoms a investire, bensì, ma staremo a vedere, gli investitori istituzionali. Non è una precisazione da poco. Ed infatti, è di questi giorni la notizia che Telecom Italia intende investire fino a 7 miliardi di Euro in Brasile per comprare colà un operatore fisso. Ahimè, questa non era certo la destinazione prevista per i proventi del rete telefonica italiana…….

PS: la mia critica al discorso della Kroes non toglie il fatto che il commissario olandese abbia toccato anche altri temi di rilevanza che meritano attenzione, come le preoccupazioni circa il presente  (disoccupazione e crescita) nonchè le sfide per il futuro (e-ealth, cloud, digitalizzazione in genere). Quindi consiglio di leggerlo tutto prima di condividere le mie conclusioni giacobine. Per un altro  punto di vista critico consiglio di leggere Pierani di Altroconsumo.

WCIT12: il Parlamento Europeo dà un altro dispiacere agli incumbents

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Ma la vera notizia è un’altra: anche il piano B degli incumbents, consistente nel riformare Internet a livello UE invece che WCIT-12, è rigettato 

Ieri 22 novembre il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria, ha votato una risoluzione in tema di WCIT-12 che si allinea a quelle di Commissione Europea, Berec, CEPT, paesi occidentali e USA in generale: viene rigettata la proposta si ETNO di introdurre una serie di riforme della Rete Internet nell’ambito dei trattati ITU che saranno negoziati a dicembre alla conferenza di Dubai. La posizione del Parlamento mira a preservare il carattere aperto, innovativo e rispettoso dei diritti umani della Rete Internet, impedendo in particolare che vengano introdotti meccanismi economici peculiari, come quello della terminazione Internet fortemente voluto da Telecom Italia, che stravolgerebbero l’intero ecosistema. Viene infatti espressa preoccupazione “per il fatto che le proposte di riforma dell’UIT includano l’istituzione di nuovi meccanismi di profitto che potrebbero seriamente compromettere la natura aperta e competitiva di Internet provocando un aumento dei prezzi, ostacolando l’innovazione e limitando l’accesso alla rete“.

La risoluzione del Parlamento Europeo non coglie nessuno di sorpresa, neanche ETNO, la quale ormai sembra avere scelto un approccio di basso profilo e si preoccupa almeno di evitare che il proprio nome venga espressamente ed ufficialmente menzionato accanto alle proposte da bocciare. Se non siamo già al disconoscimento di paternità, poco ci manca.

Tuttavia, la notizia vera è costituita dalle negoziazioni che hanno preceduto la risoluzione. Sono circolate varie proposte, tra le quali una spalleggiata da Telecom/ETNO che prevedeva uno statement secondo il quale, pur prendendo atto che i trattati ITR non si toccano, il dibattito sulal riforma di Internet doveva essere sollevato a livello UE. Infatti, la Commissione Europea sta attualmente  elaborando una raccomandazione in tema di net neutrality, che dovrà essere adottata tra poche settimane. In quella sede, ETNO si riservava di far valere le proprie ragioni.

E’ questo il famoso Piano B di ETNO, a cui avevo accennato in un mio precedente post: persa la battaglia di Dubai, si apre ora la guerriglia a Bruxelles. Se l’ONU non potrà legiferare in tema di Internet, allora ci dovrà pensare la UE. Si tratta dello stesso tentativo fatto da ETNO in sede CEPT (il gruppo dei paesi europei, anche non UE, che si occupa di telecomunicazioni e poste) ad ottobre. In tale sede, a fronte del rifiuto del CEPT, ETNO era riuscita a strappare uno statement nel quale si dichiarava che comunque le istanze alla base della sua proposta andavano comunque discusse in sede europea. Molti stati europei (Olanda, UK, Svezia ecc) hanno però poi denunciato questo compromesso al ribasso, perchè per loro la questione sarebbe chiusa. Altri (tipo l’Italia) si sono solo diplomaticamente riservati una decisione, adducendo la necessità di sentire le rispettive cancellerie sull’intera vicenda WCIT12.

Orbene, se ieri il Parlamento Europeo fosse caduto nella trappola, il suo statement sarebbe servito a ETNO come puntello politico per fare pressione sulla Commissione Europea. Il Parlamento Europeo però non c’è cascato, grazie anche alla recente posizione del Berec, che pochi giorni prima aveva distrutto tecnicamente la proposta ETNO, escludendo che possa essere ancora discussa in qualsiasi altra sede. Secondo il Berec si tratta di una proposta sbagliata e basta, non è un problema di dove discuterne.

Il Piano B degli incumbents non è però finito, ma diciamo che comincia in salita.

Lunga vita ai membri di Etno, parola di report

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La situazione economica degli operatori storici in Europa: come leggere il rapporto ETNO tra le righe

E’ stato pubblicato oggi l’Annual Economic Report di ETNO che analizza, congiuntamente a IDATE, la situazione economica dei membri dell’organizzazione, e cioè le telco storiche che fino agli anni ’90 hanno avuto il monopolio legale nelle telecomunicazioni (e che ora normalmente continuano a detenere, se non un monopolio di fatto, una forte dominanza sui mercati rispettivi).

Il comunicato stampa di ETNO legato all’evento indica alcune criticità, ma senza sventolare la bandiera rossa. Si constata una limitata riduzione di fatturato dei suoi membri per il terzo anno consecutivo, calo che quindi assume una valenza strutturale più che congiunturale, e questo è male. Secondo ETNO, però, la riduzione del fatturato non si sarebbe tuttavia riflessa in un calo degli investimenti, che restano stabili. Poi si reitera il solito problema, ormai trito e ritrito, della concorrenza da parte degli Internet service providers e degli OTT ecc.. Nell’insieme, l’impressione che si trae dal report ETNO/IDATE, e dal modo con cui è presentato, è che le telco storiche abbiano qualche motivo di lamentarsi, ma preferiscano tenere il profilo basso. Perchè?

La risposta sta in alcuni elementi che si evincono dal report ma non sono spiegati dettagliatamente.

Il primo elemento va ricercato nelle ragioni che sono alla base della flessione dei fatturati, che lo studio riporta in maniera un po’ frettolosa. La causa principale è costituita dal calo delle tariffe di terminazione e dell’international roaming. Si tratta di un calo preventivato da tempo (poichè le decisioni regolamentari sono note a tutti), che gli incumbents hanno messo in conto anche per gli anni a venire, quindi non può trattarsi di una sorpresa. Si tratta peraltro di un calo che va a colpire posizioni di pura rendita, e pertanto permette agli utenti ed ai concorrenti di accedere ai servizi a prezzi più equi, potendo così aumentarne il consumo (non è un caso che l’imposizione di tariffe massime al roaming ha permesso a molta gente di cominciare ad utilizzare il telefonino all’estero, mentre prima non lo faceva per evitare le bollette shock). Ad ogni modo, compensa tale calo di fatturato la crescita dell’Internet mobile, i cui effetti positivi sono destinati ad incidere però di più negli anni a venire. La rete fissa continua un lento declino, ma resta la gallina dalle uova d’oro, visti gli alti margini e l’assenza di concorrenza decisiva, se non da parte del cavo.

In altre parole, vi è una flessione complessiva del fatturato per legittime e conosciute ragioni regolamentari, ma questo non vuol dire che il business degli incumbents stia calando, anzi. Nei prossimi anni la riduzione del roaming e della terminazione sarà assorbita, l’Internet mobile la farà da padrone, e la rete fissa resterà comunque una garanzia in termini di margini e monopolio di fatto. A quel punto si tornerà, se non a brindare, quanto meno a tempi migliori. Direi che Deutsche Telekom & Co devono semplicemente tenere duro, non hanno nemici esterni, devono solo guardarsi da se stessi (indebitamento, scalate speculative ecc)..

Il secondo elemento che il report ETNO/Idate non chiarisce è quello dei margini e dei dividendi. Sul punto, non viene spesa alcuna riga, e questo fatto sorprende, perchè marginalità e dividendi sono elementi-chiave per capire come stia andando un settore. I dividendi in questo settore sono sempre stati molto alti, ma la festa non poteva durare per sempre, complice anche la crisi nell’Eurozona ed in alcuni paesi in particolare (Spagna ed Italia). Sono inoltre venuti al pettine determinati problemi di indebitamento, causati dalla follia Internettara degli anni 2000. Purtuttavia, gli incumbents continuano a fare margini notevolissimi (ma non sapremo mai quali sono quelli effettivi, vista la vischiosità dei sistemi di cost accounting) e a distribuire dividendi in maniera comunque superiore ai propri concorrenti (ed altri settori comparabili). Questo è probabilmente il motivo per cui il report ETNO/Idate glissa sull’argomento.

Il terzo elemento, che il report ETNO/IDATE non menziona, è che a seguito al nuovo corso annunciato dal Commissario Kroes a luglio, il cash flow degli incumbents non è destinato a diminuire. La Kroes ha dichiarato che i proventi delle reti telefoniche degli incumbents, per quanto vecchie, ammortizzate e tecnologicamente superate, dovranno continuare ad essere remunerate riccamente per i prossimi 8 anni. Quindi: impossibile lamentarsi in queste condizioni.

Per aggiungere un po’ di drammaticità ad un quadro poi non così drammatico, ETNO reitera il tema della cooperazione e dei modelli di business con gli operatori Internet e gli OTT. Come al solito, non si chiarisce quale sia la legislazione da introdurre o abolire per facilitare questa benedetta cooperazione, e perchè ci sia un problema regolamentare da risolvere. Chi impedisce a Telecom Italia di fare accordi con Google? Nessun impedimento, il solo problema è che non si può obbligare Google &Co a fare accordi con Telecom Italia che solo quest’ultima vuole fare. Il tentativo di sovvertire questo quadro introducendo dei principi maliziosi in sede ITU è stata un flop clamoroso (per rendersene conto suggerisco di leggersi la recente posizione del Berec sull’argomento). La genericità del comunicato ETNO sul punto mi porta a pensare le telco storiche stiano pensando ad un piano B, visto che quello A (regolamentare la questione a livello ITU, sedendosi al tavolo con Arabia Saudita, Libia ed Emirati Arabi) è ormai fallito.

Anche il BEREC impallina la proposta ETNO di riforma di Internet

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Impressiona sia la netta posizione del Berec, sia il fatto che ETNO sia completamente sparita da questa vicenda

Il Berec, l’agenzia europea che riunisce i regolatori nazionali delle telecomunicazioni, ha pubblicato una posizione durissima nei confronti della proposta di ETNO e Telecom Italia di riformare Internet a livello ONU/ITU (WCIT-12). Secondo il Berec, la proposta di ETNO “è inappropriata e potrebbe influenzare negativamente lo sviluppo di Internet, portando pregiudizio a consumatori, content e application providers, rendere difficoltoso l’accesso ai contenuti, ed allargare il digital divide”. Inoltre, secondo il Berec la posizione di ETNO intende raggiungere obiettivi diversi da quelli dichiarati, in particolare al fine di sbilanciare i rapporti negoziali con altri operatori, così da permettere eventuali abusi. Il che renderebbe necessari maggiori controlli ed interventi regolatori. Il Berec non allunga ad ETNO neanche la tradizionale ciambella di salvataggio, del tipo “Non ne parliamo all’ITU, ma altrove sì“. La critica del regolatore europeo è totale e non lascia spazio ad ulteriori discussioni. Una posizione durissima per una istituzione, il Berec, normalmente molto cauta.

Il resto del documento Berec è dedicato a smontare, pezzo per pezzo, tutta la proposta ETNO, arrivando a concludere che, alla fine, gli incumbents stanno solo cercando di recuperare un po’ più di denaro da un ecosistema, la rete Internet, che non sono più in grado di controllare, e che neanche capiscono molto bene. Berec stigmatizza infatti come gli incumbents vogliano applicare i meccanismi dell’interconnessione telefonica al mondo Internet, senza rendersi conto che la tecnologia è cambiata e che questa trasposizione è impossibile, se non a costo di stravolgere la rete Internet (e farla ridiventare una rete telefonica).

Anche la presunta ricerca di maggiore qualità dei servizi (QoS) viene fortemente ridimensionata. L’idea di assicurare “end-to-end guaranteed QoS” nella rete Internet “is neither commercially nor technically realistic“, ed inoltre “Best efforts … does not imply low performance“. In ogni caso, Berec osserva giustamente come differenti standard qualitativi siano disponibili nel mercato per chi li voglia, ma non è detto che vengano richiesti (content provider o clienti finali), oppure potrebbero essere forniti con modalità alternative (tipo le CDN – Content Delivery Network). Ovviamente, tale maggiore qualità non è proibita da nessuno, quindi non si capisce perchè debba essere garantita o imposta per legge.

Anche per quanto riguarda il meccanismo della terminazione Internet, fortemente voluto da ETNO e Telecom Italia, il commento di Berec è lapidario: “ETNO’s proposed end-to-end SPNP approach to data transmission is totally antagonistic to the decentralised efficient routing approach to data transmission of the Internet. The connection-oriented nature of end-to-end SPNP, with its focus on charging based on the actual volumes or value of the traffic, would represent a dramatic change from the existing charging framework operating on the Internet”.

Suggerisco di leggere il documento, è chiaro e neanche troppo lungo. Resta da capire come mai ETNO e Telecom Italia si siano imbarcati in un simile disastro. Per la verità, ETNO dovrebbe aver proposto una sorta di compromesso nel corso delle riunioni del CEPS a Istanbul nello scorso ottobre, ma senza risultati. Il portale di ETNO non dà atto di tali tentativi né chiarisce se la proposta, originale o emendata, sia ancora in piedi, visto il fuoco di sbarramento americano ed europeo. Dopo l’incessante tam-tam mediatico dei mesi scorsi, in cui ETNO sosteneva che la sua proposta raccoglieva proseliti a destra e a manca, è subentrato un assordante silenzio.

AGGIORNAMENTO 16 novembre: anche l’ITUC, la International Trade Union Confederation, si è schierata contro la proposta ETNO, o almeno quello che ne rimane, ed è andata a dirlo di persona a Touré, direttore generale dell’ITU.

Perchè le idee di Telecom Italia su Internet piacciono tanto a sceicchi e cammellieri

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Rifiutata da Stati Uniti ed Europa, la proposta ETNO di riformare Internet trova ancora qualche adepto esotico. Ecco perchè.

Com’è noto, la proposta di ETNO e Telecom Italia di riformare Internet in sede ITU (la famosa negoziazione WCIT-12) è virtualmente morta.  Si tratta di una proposta tecnicamente sbagliata, come è stato fatto notare da molti esperti, ad esempio quelli  di AT&T (una telco normalmente in buoni rapporti con gli incumbenrs europei), dell’OECD, di Analysys Mason, di WIK, e la lista sarebbe ancora più lunga, ahimè. Ad ogni modo, al di là del giudizio tecnico sulla proposta ETNO, ciò che conta è l’imponente schieramento di detrattori che si è formato su entrambe le sponde dell’Atlantico:  e così, non è ragionevole pensare di riformare Internet a livello globale se Stati Uniti, Unione Europea (in particolare la Commissione ed il Parlamento, e da  ultimo il Berec) e paesi europei (riuniti nel CEPS) sono contrari. Sarebbe come riformare il campionato italiano con il solo appoggio della Nocerina.

E’ interessante però notare come le idee di ETNO e Telecom Italia in materia di Internet abbiano trovato orecchie attente in altre aree geografiche, segnatamente in Africa e Medio Oriente, almeno per quanto riguarda l’idea di far pagare agli OTT (i c.d. Over-The-Top, cioè Google, Facebook, Skype, ma soprattutto gli operatori che distribuiscono video e contenuti digitali via Internet  ecc.) l’accesso agli utenti Internet (c.d. terminazione Internet, o anche Sending Party Network Pays: SPNP”). Cerchiamo di capire il perchè.

Una tesi buonista attribuisce questo effetto ad una sorta di ansia dei governi arabo/africani nello sviluppare reti in fibra ottica nei rispettivi paesi: in sostanza, essi vorrebbero far pagare a Google & Co. il cablaggio di Timbuctù. Capperi! Se fosse stato così semplice, la stessa Kroes avrebbe colto al balzo una soluzione così facile per finanziare le fibre ottiche in Europa. Ma purtroppo le ragioni per questa strana alleanza ETNO-arabi-africani sono altre.

Tradizionalmente, i paesi africani e arabi hanno sempre guadagnato molto bene dalla terminazione delle telefonate internazionali dirette (quindi: “terminate”) nei loro rispettivi paesi. Tali telefonate internazionali erano normalmente carissime a causa appunto della tariffa di terminazione imposta dal governo locale su tutte le chiamate che arrivavano dall’estero. Ne risultava così una cifra d’affari importante per il paese di destinazione, denaro che poi veniva incamerato dall’incumbent locale (e magari spartito nell’elite di governo, chissà). Con il tempo, tuttavia, questa fonte di ricchezza è andata via via inaridendosi a causa di applicazioni VOIP, tipo Skype, Viber, Messagenet ecc., che permettevano alla gente di telefonare gratis via Internet, scartando le tradizionali telefonate. A Timbuctù, come a Dakar, ci si è allora posti il problema di come recuperare questa perdita.

A questo punto entra in gioco la proposta ETNO, cioè quella di far pagare la terminazione Internet: per compensare le perdite causate dall’innovazione tecnologica, ai paesi arabi e africani non è parso vero di poter replicare il meccanismo della terminazione telefonica anche alle applicazioni Internet. L’idea sarebbe questa: se il governo keniota non può più guadagnare dalle telefonate internazionali dirette in Kenia, ora guadagnerà tramite un balzello imposto agli operatori Internet che vogliono essere visibili (quindi accessibili) agli utenti che si connettano da un computer in Kenia. Quindi, per ogni keniota che acceda e riceva dati da Youtube, Google dovrebbe versare una monetina al governo di Nairobi (come il mitico “un fiorino!” di Trosi/Benigni). Oibò, qualche nerd africano avrà pure obiettato  che telefonia (analogica) e Internet (pacchetti IP) funzionano diversamente, quindi applicare la terminazione telefonica a Internet sembrerebbe una fesseria, ma sarà stato subito zittito: la proposta arriva “dall’industria europea”, possibile che certe teste d’uovo non sappiano come funziona Internet e si siano sbagliati?

Vi sono poi altre motivazioni: regolamentare la terminazione Internet vuol dire anche filtrare lo scambio di comunicazioni digitali di un paese con il resto del mondo. Il che può diventare interessante per quei paesi illiberali e antidemocratici, numerosissimi in Africa e Medio Oriente, che vedono l’Internet libero come la peste e desiderano invece mantenere sotto controllo i rispettivi sudditi. Avere una regolamentazione ITU che in qualche modo legittimi una sorte di filtraggio Internet sarebbe proprio un bel regalozzo. Ecco, a questi effetti gli apprendisti stregoni di ETNO non avevano sicuramente pensato.

E’ questo il motivo per cui qualche contenuto delle proposte ETNO potrebbe andare avanti nell’ambito di emendamenti arabi e africani. Ovviamente, la sorte di questi emendamenti è tutt’altro che scontata. In effetti, anche qualora il meccanismo in questione trovasse riconoscimento in sede ITU, i paesi occidentali ed industrializzati avrebbero la facoltà di esprimere una riserva, che renderebbe a loro inapplicabile tale meccanismo. Il sistema della terminazione Internet avrebbe pertanto validità solo e esclusivamente tra paesi arabi e africani, ed allora servirebbe a poco.

Nei rapporti tra paesi arabo/africani vs. resto del mondo, invece, la potenziale norma ITU non si applicherebbe, ed allora continuerebbe a vigere il principio di mercato, come da sempre: se, ad esempio, la Tanzania volesse far pagare a Google & Co. la sua visibilità sulle cime del Kilimangiaro, dovrebbe semplicemente mandare una fattura a Palo Alto. Se Google non paga, perchè si sente offesa o semplicemente perchè il fatturato online e advertising in Tanzania non giustificherebbe il conto, allora il governo africano  potrebbe “spegnere” Google (con un sistema di filtri e blocchi). Con tutte le conseguenze del caso però. Spegnere in Africa gli OTT occidentali vorrebbe dire condannare la popolazione locale ad una sorta di ostracismo digitale, con pesanti ricadute sociali ed economiche. Uno scenario di questo tipo è immaginabile solo in paesi un po’ più estremisti e dove l’interesse a controllare Internet per motivi politici è prevalente rispetto agli interessi economici. Per tali paesi, la proposta ETNO può apparire interessante per filtrare l’accesso alle fonti di informazione e di contenuti occidentali, e stiamo  parlando di Arabia Saudita, Siria, Iran……. E’ invece difficile ipotizzare questo scenario nei paesi più sensibili all’interscambio mondiale. Così, anche qualora Google & Co. rifiutassero di pagare la fattura, nessuno avrebbe il coraggio di spegnerli, perchè questa mossa sarebbe doppiamente dannosa per il paese che la attua.

Considerazioni analoghe valgono in altre parti del mondo, come il Sudamerica. Chi si sente in grado di negoziare, tipo il Brasile, presenterà il conto a Google&Co, e questi ultimi ci penseranno un po’ su. Gli altri paesi lasceranno perdere, perchè i danni derivanti dalla disconnessione da Internet sono immensamente superiori ai potenziali soldini della terminazione Internet. Bolivia e Venezuale potrebbero farlo per ragioni ideologiche, ma l’esempio vivente della disconnessa Cuba (nel senso della Rete) non è invitante per nessuno. Si può bandire la Coca-Cola, ma non Internet.

Stesso dicasi per l’Asia, un’area dove, per la verità, il grado di sviluppo tecnologico ed apertura economica fa sì che sia difficile prendere sul serio la proposta ETNO. Chi può farsi pagare la terminazione su base commerciale, tipo l’India, continuerà a farlo, senza toccare i trattati ITU. Chi vuole controllare i traffici dei sudditi, tipo Singapore o le repubbliche del Caucaso, pure. L’unico paese che potrebbe veramente fare la voce grossa in sede ITU, diciamo la Cina, difficilmente lo farà, perchè i cinesi sono pragmatici, e sanno che non avrebbe senso mettersi di traverso con Stati Uniti e Unione Europea per una questione del genere. La Cina ha un immenso mercato interno e sa già come negoziare con Google, non ha bisogno di aiutini in sede ITU.

In definitiva, nessuna riforma dell’Internet a livello globale è possibile senza un larghissimo consenso, e che comprenda soprattutto Stati Uniti, Unione Europea e paesi sviluppati. Non vi è posto per proposte disruptive e controverse, come quella di ETNO, che però possono sempre provocare dei danni collaterali. I danni in questione finiranno per pagarli, se vanno così le cose e loro malgrado, le popolazioni africane ed arabe che vivono in paesi illiberali.

La Kroes in Finlandia: prove tecniche di deregulation

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Il Commissario Kroes mette le mani avanti e cerca di anticipare la sua riforma testandola sulla piccola Finlandia

La Commissione Europea ha adottato una decisione (tecnicamente, una raccomandazione ex articolo 7(4) della direttiva 2002/21/EC) con cui ingiunge al regolatore finlandese Ficora di ritirare o modificare sostanzialmente la sua proposta di regolamentare in modo soft il mercato della banda larga, fibra ottica compresa.

La decisione della Commissione è rilevante perchè contiene una serie di ragionamenti e principi che erano già stati enunciati  nel famoso discordo della Kroes del 12 luglio, quello in cui il commissario olandese di DG Connect ha annunciato una parziale deregolamentazione  delle telecomunicazioni europee nonchè una stabilizzazione del prezzo d’accesso alle reti telefoniche in rame. In buona sostanza, ancor prima di formalizzare questo nuovo corso con le annunciate raccomandazioni su Cost Accounting e Non Discrimination, Kroes si porta avanti ed anticipa le nuove regole in un caso concreto.

Va premesso che la Finlandia è un caso un po’ particolare, perchè il mercato finnico è contraddistinto da 19 incumbent di rete fissa divisi per aree geografiche (caso unico in Europa), con concorrenza degli alternativi molto debole. Però, vi è una tradizionale presenza di offerte mobili che tende a creare un po’ di concorrenza da quel lato. Il regolatore finlandese avrebbe voluto proporre una regolamentazione molto blanda, contando proprio sulla concorrenza dei mobili e delle offerte LTE. La Commissione Europea non ha condiviso questo ragionamento, ricordando la necessità di imporre un prezzo regolamentato alle reti fisse sulla base del principio della cost orientation, attraverso una metodologia che Ficora dovrà sviluppare in seguito.

La parte più rilevante della decisione europea è quella dove viene declinato l’obbligo di non discriminazione per il mercato delle reti in fibra ottica. Secondo Kroes, un meccanismo efficiente di non discriminazione, funzionante secondo il principio dell’Equivalence of Inputs (“EoI”) potrebbe giustificare (assieme ad alcune altre condizioni) il ritiro dell’obbligo di prezzo regolamentato (il prezzo che gli operatori alternativi pagano per accedere alla rete dell’incumbent). Questo significherebbe una vera e propria vacanza regolatoria, perchè se l’incumbent proprietario della rete può applicare la tariffa d’accesso liberamente, allora – per esperienza – lo farà al livello più alto ed anticompetitivo, in modo da ammazzare la concorrenza. Ripeto per chi non avesse capito: no prezzo regolamentato al costo = no concorrenza.

Ebbene, come funzionarà questo EoI? Qui arriviamo all’aspetto inquietante della vicenda, perchè secondo la Kroes: “As equivalence of input can only be fully implemented over a longer time period, this requirement could consist in immediate terms in a firm obligation on and commitment by the SMP operators to undertake certain key initiatives over a set time period”. In altre parole, nell’attesa di verificare che le cose funzionino veramente , basterà la solenne promessa – giurìn giuretta – dell’incumbent. Si salvi chi può.

Si mette il carro davanti ai buoi: la Kroes ha fretta (il mandato scade nel 2014), non c’è tempo di aspettare e verificare che il sistema di non discriminazione funzioni veramente, e allora bastano allora “obbligo ed impegno forti” da parte dell’incumbent. Dejà vu: nessun incumbent si è mai sottratto ad impegni ed obblighi forti, quando si sa che tali obblighi possono essere sabotati in fase di implementazione. Se le cose stanno così, il commissario Kroes rischia perchè è convinta che gli incumbents investiranno di sicuro, ma da dove derivi tanta certezza noi non lo sappiamo. Storicamente, le promesse degli incumbents del tipo “meno regolamentazione in cambio di più investimenti” sono sempre stati dei bluff (il caso spagnolo del 2009 fa sempre scuola).

In sostanza, la Kroes non sta modificando il quadro regolatorio esistente, sta solo formalizzando la parziale deregolamentazione operata da vari regolatori nazionali in maniera anarchica e disordinata, aggiungendo solo un po’ più di uniformità. La medicina della Kroes consiste sostanzialmente in: 1. un po’ di regolamentazione delle reti tradizionali in rame; 2. il rimedio della non discrimination sulle reti in fibra. Orbene, si tratta dello status quo esistente dal 2001 (quando la fibra già esisteva come tecnologia) ai nostri giorni e, guarda caso, nessun incumbent ha investito in fibra spontaneamente, salvo farlo solo nelle zone dove c’è concorrenza da parte di operatori cavo ed alternativi. Siccome questo ambiente regolatorio non ha dato luogo ad investimenti apprezzabili da parte degli incumbents, è difficile credere che la promessa della Kroes di lasciare tutto così com’è per i prossimi 8 anni possa sortire effetti diversi. Tutt’al più, gli incumbents investiranno qualcosina in VDSL e FTTC, tecnologie che consentono di investire meno in fibra, continuare a guadagnare bene dalla rete telefonica in rame, tenersi il monopolio sulla rete fissa. Lo avevo già pronosticato il 12 luglio, in contemporanea al discorso della Kroes.

Per completezza di esposizione, la deregolamentazione auspicata da Kroes opererebbe non solo con questa sorta di EoI, ma sarebbero necessarie anche le seguenti condizioni: obbligo di trasparenza, price test (replicabilità) e accounting separation.

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Direi di dimenticarci il dolore con un intermezzo musicale.