ACTA/2, il ritorno: le grandi telcos cercano di scassare Internet (e in gran segreto)

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E’ di questi giorni la notizia secondo cui l’ITU, l’agenzia dell’ONU che si occupa di telecomunicazioni, sta mettendo mano ad alcuni trattati internazionali al fine di introdurre delle riforme che avrebbero un impatto gigantesco sulla rete Internet (in termini negativi, purtroppo). La riforma avrebbe luogo nell’ambito della rinegoziazione dei trattati ITRs, i trattati telefonici del 1988, che saranno ridiscussi nell’ambito di una conferenza internazionale a Dubai a dicembre 2012 (c.d. WCIT-12). L’idea sarebbe quella di introdurre il principio tradizionale della telefonia del “Sending Party Network Pays” alla rete Internet così che, in buona sostanza, si tornerebbero ad applicare le regole tariffarie telefoniche anche quando si spediscono le mail o si genera traffico dati di ogni tipo. Ma l’obiettivo finale è un altro: si vorrebbe imporre una sorta di “Internet fee” a quei portali e service providers che generano maggiormente traffico a livello mondiale, Google, Facebook ecc per intendersi.

Da dove nasce questa follia, e perchè l’ITU, dopo tanta latitanza da Internet si è improvvisamente svegliata ed ha deciso di scassare il giocattolo che altri hanno costruito? Le proposte relative alla c.d. “tassa Internet” sembrano arrivare da ETNO, l’associazione Europea delle telcos dominanti e storiche (quelle che tuttora distribuiscono lauti dividendi grazie alle reti pagate dai nostri Padri Contribuenti), tra cui Telecom Italia.  Oggi ETNO ha fatto un press release sull’argomento e quindi non mi aspetto più una smentita.

Di cosa stiamo parlando? Da alcuni anni queste big telcos sono sotto-pressione da parte dei governi perché non investono in infrastrutture di nuova generazione, dicasi fibra ottica, visto essi che preferiscono tenersi le vecchie reti in rame su cui sono dominanti, che ricevettero in regalo con le privatizzazioni degli anni ’90 e con cui fanno ancora un sacco di soldi (i debiti sono nati in altro modo, non certo con investimenti in infrastrutture). Per sfuggire a queste pressioni, gli incumbent accampano ogni tipo di argomento di distrazione, nell’ordine: gli enormi rischi legati a questo tipo di investimento infrastrutturale (in verità minimi per loro, a differenza dei new entrants, perchè gli incumbent devono essenzialmente migrare sulle nuove reti una poderosa customer base già esistente); la regolamentazione NGA adottata dalla Commissione Europea (che impedirebbe loro di instaurare un nuovo monopolio telefonico, amen); ed infine il presunto comportamento piratesco degli OTT che sfrutterebbero i network delle big telcos per i loro servizi (ma non si capisce a cosa servirebbero quei network senza i servizi: il caso dell’accesso mobile, trainato da Facebook, Google e Apple/Iphone è emblematico).

In altre parole, l’argomento di distrazione attuale è il seguente: se volete che investiamo nelle reti in fibra ottica, vogliamo un meccanismo con il quale qualsiasi service provider passa per le reti (avendo già pagato l’accesso, peraltro) ci lasci un obolo. Nessuno sa come funzionerebbe esattamente questo meccanismo. Ad ogni modo, la battaglia ora si sposta quindi all’ITU, dove gli incumbents si sentono probabilemente più a casa che a Bruxelles. Gli incumbents hanno infatti una certa familiarità con tale consesso, se non altro per ragioni storiche e di vicinanza con i funzionari ministeriali che vi partecipano.

Cosa potrebbe uscire da questo cambiamento epocale? Certamente grossi rischi per Internet, perchè i meccanismi di base con cui la Rete si è evoluta dalle origini fino ad ora potrebbero essere drammaticamente sconvolti. Lo ha già notato l’amico Pepper di Cisco: “Developing countries could effectively be cut off from the Internet … the ETNO plan could have a host of very negative unintended consequences.”

Non è invece chiaro se e come le telcos storiche riuscirebbero effettivamente a monetizzare il cambiamento tariffario da loro proposto. Ma questo è un problema secondario: l’obiettivo strategico di questi operatori è quello di distogliere l’attenzione di governi, regolatori ed opinione pubblica dal problema di base, e cioè che pur essendo essi operatori di rete, non vogliono investire in reti. Non lo hanno mai fatto, per le verità: le reti fisse in rame sono state pagate dai Padri Contribuenti (con le tasse), mentre le reti mobili sono state pagate a peso d’oro dai Consumatori Polli (grazie all’incredibile meccanismo della terminazione mobile, che tutt’ora perdura). La manovra presso l’ITU è quindi pura tattica, serve a perdere tempo, confondere le acque, organizzare summit e workshop improduttivi .

Ma c’è  un rischio ancora maggiore, e concreto, nascosto in questo dibattito: portare un tema di questo tipo nelle competenze di ITU potrebbe avere conseguenze micidiali in tema di libertà della Rete, perchè l’ITU è un’organizzazione internazionali in cui ogni Stato membro ha un voto, e molti di loro sono fondamentalmente illiberali (Cina, Iran, dittature di ogni dove). Per di più, le negoziazioni avvengono a porte chiuse, senza alcun controllo democratico, proprio come ACTA. Anzi, diciamo che stiamo per arrivare ad ACTA/2.

Per chi volesse saperne di più, segnalo le meditazioni tecniche di Stefano Quintarelli sul tema della Net Neutrality (del 2010, ma sempre attuali): http://is.gd/XYzUeu

One thought on “ACTA/2, il ritorno: le grandi telcos cercano di scassare Internet (e in gran segreto)

    […] un po’ di paura a seguito del precedente di ACTA (come avevo denunciato nel mio precedente post). Nel caso del trattato sulla contraffazione, il carattere segreto, esclusivo e poco trasparente […]

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