L’Internet a blocchi alternati

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Mentre l’Unione Europea conferma che bloccare i sitiweb è inefficace e dannoso, qualcuno persevera nell’errore (questa volta l’Irlanda). L’Italia resta un caso disperato.

Un documento pubblicato oggi dalla Commissione Europea conferma quanto già dicevamo da tempo, e cioè che è sbagliato obbligare gli ISP a bloccare i siti web, al fine di reprimere attività illecite online, perchè questo tipo di misure interdittive sono intrinsecamente inefficaci ed in più creano numerosi danni collaterali.

Questo riconoscimento ufficiale è contenuto in uno Staff Working Document sul Gambling Online elaborato dalla Commissione Europea, a valle di una consultazione condotta nel 2011. A pag. 61 del documento si legge appunto che:

However, blocking access to websites does not work as an isolated enforcement tool and can be easily circumvented. Moreover, depending on the technology used, website blocking can impact on legitimate businesses. The efficiency of the blocking method furthermore depends on the validity of the list of blocked websites. Keeping the list up-to-date requires significant resources while internet addresses can be changed instantly. Lastly, ISPs are faced with the implementation of the provisions for blocking access to websites, not only implying costs and tying-up of resources but also creating potential liability issues.”

Quanto sopra assume particolare rilievo per l’Italia, dove il blocco di siti web è espressamente previsto, per via legislativa, nei settori del gambling e della pedofilia/pedopornografia online (legge 6 febbraio 2006, n. 38, c.d. Legge Prestigiacomo, implementata attraverso il decreto Gentiloni del 2007). Capiamoci bene: attività illecite e crimini nel web vanno combattuti, ma questa lotta andrebbe condotta attraverso misure efficaci e proporzionate, ed il blocco dei siti web non è purtroppo tra queste. Anche considerando l’esempio più delicato, quello cioè della pedopornografia, è noto come i criminali continuino ad accedere e a scambiare files illeciti in barba a qualsiasi blocco, poichè esistono tecnologie adatte a questo scopo. Per altro, non si tratta di tecnologie di per sè illecite, perchè possono essere le stesse tecniche utilizzate dai dissidenti o dai cittadini normali  nei paesi dittatoriali per “saltare” la censura di Stato.

Nel caso delle pedopornografia online, il blocco dei siti web è percepito positivamente perchè contribuisce a ridurre l’allarme sociale attorno a questo fenomeno, in quanto la gente comune, che può incappare per sbaglio in questi tipi di contenuti, con il blocco non li trova più. Per questo molti pensano che sia una iniziativa utile. Ma i contenuti pedopornografici continuano ad esistere ed ad alimentare il criminale commercio ed utilizzo, solo che non vengono più accidentalmente cliccati dai cittadini che vi capitavano per sbaglio. In altre parole, il blocco dei siti funziona efficacemente solo verso le persone che vogliono evitare certi contenuti, mentre è inefficace verso coloro che li cercano. Sotto questo punto di vista, potremmo paragonare un blocco di sito web ad una ringhiera: può servire a proteggere da una caduta accidentale coloro che camminano normalmente, ma è inefficace per coloro che vogliono buttarsi a tutti i costi al di là del parapetto.

L’unico modo efficace per combattere la presenza di contenuti illeciti in Internet consiste nell’eliminarli alla fonte, rimuovendoli dai server dove sono ospitati. Qualora tali servers si trovano al di fuori della giurisidzione dello Stato che agisce, occorre migliorare la cooperazione giudiziaria internazionale. La localizzazione di tali server in isolette sperdute è un mito, normalmente queste apparecchiature si trovano in Europa e Stati Uniti.

Sarebbe utile che quanto sopra fosse compreso anche da quella magistratura italiana che dispone frequentemente e con grande facilità decreti di blocco di sitiweb per i motivi più disparati (caso unico in Europa): diffamazione, apologia di terrorismo, pirateria, pubblicità ingannevole, contraffazione di marchio ecc ecc . Uno dei casi più eclatanti è stato il recente caso Moncler, dove si è sfiorato il parossismo: il giudice in questione ordinò il blocco di circa 500 sitiweb che contenevano la parola Moncler, senza che fosse verificato che i siti servivano effettivamente a svolgere attività illecite. Per intendersi, fu bloccato anche il sitoweb dei fans di Moncler. Il decreto fu successivamente annullato, ma è comunque impressionate il semplice automatismo con cui il giudice aveva concesso la misura interdittiva.

Intanto, proprio mentre scrivo, leggo che un giudice irlandese ha imposto il blocco del sito web The Pirate Bay in Irlanda, per ragioni di protezione del copyright. Casi analoghi, per la verità si sono verificati anche in Olanda, Svezia e Italia. Segno che la lezione è difficile da apprendere.

Per saperne di più su pro & contra dei blocchi di siti web, vale la pena consultare la brochure di EDRI.

***

AGGIORNAMENTO 2 novembre 2012: per lottare contro i contenuti pedopornografici in Rete, anche la Russia si è dotata di una legge sul blocco dei siti web simile a quella italiana. Restano ovviamente tutte le perplessità del caso circa l’efficacia di una tale misura. In più, aggiungerei che nel caso russo il meccanismo sembra studiato per permettere alle autorità di pubblica sicurezza di ordinare il blocco di un sito su semplice denuncia di un cittadino e senza contraddittorio giudiziale. Il che permetterebbe abusi di tipo politico e antidemocratico.

***

E finiamo con un po’ di buona musica …..

One thought on “L’Internet a blocchi alternati

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